la gaia educazione

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venerdì 10 gennaio 2014

L'implacabile maschilismo degli intellettuali




Il mondo intellettuale continua ad essere un mondo egemonizzato dai maschi, dominato da un codice intellettuale maschile e in fin dei conti intriso da una insopportabile e infida, occultata ma fin troppo evidente, nostalgìa per quando questo mondo era aristocraticamente frequentato da soli maschi.
Non è solo un problema di maschi in senso letterale ma di una maschilità profonda e simbolica (talora ben rappresentata anche da donne), oggi ferita e in crisi, che annaspa cercando di non mollare la presa.

Basta aprire un poco la finestra, quella delle rubriche culturali, dei giornali, delle trasmissioni radiofoniche, dei blog o di ogni altra crescente forma di comunicazione contemporanea, per sentire frusciare, in certe fessure ben organizzate, il loro ronzio cacofonico, perlopiù stridulo e arrotato di erre mosce.

Mi capita continuamente di ascoltare (sui giornali, alla radio, in università ecc.) intellettuali maschi (anche in persona di donna, ripeto, purché intellettuale) che esprimono la loro insofferenza per la decadenza della lingua, della memoria, dell’alfabetizzazione storica, dei valori e bla e bla e bla.
Acute considerazioni continuamente ribadite da arguti intellettuali, per lo più per spiegare fenomeni diversi come gli auguri di morte a Bersani, il nostro livello nelle classifiche europee o mondiali di “occupabilità”, le baby-squillo e ogni altra emergenza possibile.

In particolare la lamentazione sulla lingua, sul cattivo italiano (ma allora che la si finisca però di promuovere l’uso dell’inglese!) ha assunto un’ubiquità essa sì davvero inquietante. I nostri probi letterati non riescono proprio a rassegnarsi a questa congiuntura catastrofica. Ma davvero fingono di non rendersi conto che è finita l’epoca in cui a scrivere erano pochissimi e selezionatissimi? Che la democrazia e la disponibilità tecnologica a una comunicazione orizzontale oggi rendono inevitabile una prosa contaminata, un eloquio bastardo, l’affioramento della “pancia” di un mondo che fino ad oggi è stato confinato al silenzio?

Ma qualcuno degli illustrissimi si è reso conto (il colmo del ridicolo è che questi sproloqui vengono spesso pubblicati su blog, cioè il più pop dei contenitori contemporanei di scrittura) che il mondo è un poco cambiato dai tempi della Vienna di Hoffmanstahl e Schnitzler o dal Rinascimento fiorentino? Che oltre a un ristretto circolo di dotti e di letterati, scrive, ovunque e di più, una massa gigantesca di persone? Che non c’è più una casta di possessori del verbo ma che esso, il Divino, non solo pretende di essere usato da tutti, ma anche di essere pubblicato, veicolato, inviato ovunque? Forse che l’accesso di un tale brulichio di produttori di parole poteva non incespicare su qualche errore di sintassi, su qualche refuso, su qualche rozzezza argomentativa? Forse che si vorrebbe che tornassero a pubblicare solo gli aristoi, come propone un altro giovane intellettuale corrente, una ristretta cerchia di iperselezionati (da loro stessi naturalmente) capaci di volgere in latino e in greco i loro pomposi assunti?

Poi (cambio pagina ma il tema è prossimo) leggo, quasi ogni giorno, una nuova diagnosi della condizione dei padri, l’ennesimo de profundis sulla “società senza padri” dalla quale sembra impossibile congedarsi con un minimo di eleganza.
Questa malattia della mancanza paterna, dell’assenza paterna, dell’evaporazione paterna, non è forse la disperata nostalgìa di un patriarcato che ha fatto naufragio (finalmente!) instancabilmente salmodiata da troppi maschi ferocemente avvinti ai loro feticci?

Quanto più sono freddi, arroganti, ossessionati dalle citazioni, inenarrabilmente “distanti” anche quando vogliono simulare una qualche condivisione, tanto più appaiono tenacemente radicati ad un aristocraticismo morboso e incontenibile, un aristocraticismo della parola anzitutto, il buon vecchio fallico LOGOS, ancora lui, imperturbabilmente lui, al comando.

Avremo mai finalmente un mondo della cultura in cui il piacere della contaminazione, della deriva, della parola grassa e ibrida, accoppiata magari anche lubricamente con musica e immagini, con corpi e seduzioni, con lo humour e l’emozione necessaria, possano assurgere a canone, per quanto debole e non totalitario?

Quando poi gli uomini smetteranno di covare la nostalgia del padre, e si decideranno a immergersi in qualcosa di un poco più articolato, complesso e promettente dell’ edipo?

A sentir loro si dovrebbe provvedere quanto prima a disboscare, a prosciugare, a selezionare, affinchè una nuova razza di eletti possa adempiere l’ineffabile compito, affinché sia debellata la deiezione, l’orrenda lebbra che affligge la parola fino a farne un’oscena esposizione sui blog, sui social network, nel giornalismo d’accatto, attraverso i media prostituiti e tutte le altre forme di debosciata corruzione del linguaggio.

Quando poi codesti incliti intellettuali discutono di morale, perorando sempre nobili cause s’intende, non si può non essere presi da tremiti e da spasmi indomabili. Qualcuno di voi ha mai avuto a che fare con essi, sul luogo di lavoro, nelle riviste, nei comitati editoriali, nei premi letterari, nelle conventicole e nelle segrete dove ordiscono trame? Se non vi ha mai avuto a che fare, non fosse che in un collegio universitario, non abbia invidia, ché essi son la razza più feroce, malvagia e velenosa che si possa incontrare.
Son pronti a tutto pur di maleficare il prossimo, il contendente, l’arrivato. Sono rabbiosi, presuntuosi fino all’inverosimile e affamati di potere, qualsivoglia potere, anche quello miserabile di un barone universitario, pur di far fuori ogni altro essere vivente che sia. Anche se pure in quei casi non mancano di sibilare i loro anatemi in bella prosa italiana…anzi lo fanno con maggiore algido rigore.

E’ ora di finirla con gli “intellettuali”, dove la parola spiega bene la genìa! Abbiamo bisogno di uomini e donne di carne e di desiderio, di sensibilità e di finezza, di eleganza e di rispetto, di cura e di cuore, sì, di cuore, per quanto la parola schifi il palato di lor saccenti. Abbiamo bisogno di una cura intensiva di cuore, di pancia e di sensi, perché questi intellettuali, che han sempre dominato la cultura, l’han resa quello che è, una cosa per pochi e per morti, anche se a produrla, in vero, nella maggior parte dei casi, son stati uomini vivi, i poeti e gli artisti, figure d’anima, di cuore e di dolore.

Ps: essendo io stato e ancora essendo, per quanto in cerca di riscatto, un intellettuale, non posso esimermi dall’includermi come bersaglio dell’invettiva. E tuttavia, a mio favore, voglio dire che da tempo lavoro, con fatica e piacere al contempo, a rendermi meno intellettuale e più immaginale, e quando sono bravo, anche intuizionale. Col tempo, con l’applicazione, conto di migliorare e forse un giorno di riuscire ad essere anche emozionale o sentimentale (parola odiosa per gli spiriti eletti!) e perfino, colmo dei colmi per un intellettuale, corporale!

2 commenti:

  1. ...anche perché poi (dovrebbe essere abbastanza appurato) è ben dall'esperienza corporea che nascono concetti e linguaggio...o no?

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  2. Mente fresca, cuore caldo, pancia forte. Anatomia del futuro.... Sta arrivando (l)

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