la gaia educazione

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giovedì 22 maggio 2014

Sad Eros



Oggi per il povero Eros tira una brutta aria, aria di miseranda restaurazione. Da Badiou a Han ritornano al galoppo tutti i vecchi rosari. Prima il grande ultimo filosofo comunista che si affida anche lui ai sempreverdi Platone, Agostino, Goethe per perorare la causa intramontabile di un amore vero, uomo-donna, fedele all’Altro, assoluto, capace di resistere alle lusinghe dei flussi contemporanei, delle macchine desideranti o delle chat erotiche. Il pensatore coreano, tanto brillante e incisivo nella Società della stanchezza, oggi ci rifila anch’egli l'assolutamente altro, tra Hegel e Levinas. Sui nostri rotocalchi si addomestica Lacan per farne una versione per le scuole (private e cattoliche).

Seppelliti da tempo i Marcuse, i Reich, i Lowen, sempre occultato il povero Fourier (che tuttavia andrebbe riletto con più gusto e un pizzico di humour), sembra che coppia e amore eterno debbano essere nuovamente gloriati e santificati.

Quanto poco ascolto per chi di eros e sesso davvero ha trattato con finezza e consapevolezza profonda. Riane Eisler per esempio, il cui “Il piacere è sacro”, un libro formidabile che fa l’archeologia della demonizzazione del sesso, andrebbe a mio giudizio reso obbligatorio a scuola, tanto per ricordare da dove veniamo e dove rischiamo ancora di andare (noi figli di un immaginario patriarcale assai solido anche nella grecità). E perché no, persino il supermaschilista Julius Evola, capace però nella Metafisica del sesso e anche in altri scritti di disegnare con magistrale scrittura la grande e fondata sacralità dell’eros, il suo potere trasformativo e visionario.

Noi perdiamo di vista che con Eros andrebbe sempre ripensato Dioniso e dietro lui la coppia Shiva-Shakti, autentica radice di ogni sessualità radicata nell’esperienza della terrestrità, della natura e di una cultura non solo intrisa di scissioni e minorazioni (e si rammenti così anche Danielou).

Ma no, noi siamo appesi alle nostre stampe vittoriane, alle fiabe romantiche, alla indissolubile coppia amore-morte, pronti ad asserragliarci intorno al vecchio codice ristretto condito più o meno variamente di teologie e sacralizzazioni improprie, l’assoluto, la verità, il dolore.

Come fare per insinuare in questo accampamento di irriducibili monaci trappisti, (con tutto il rispetto dovuto a quelli autentici), il sospetto che la sessualità è il centro della nostra esperienza nel mondo, di una vita possibilmente vissuta all’insegna del piacere, della condivisione, medicine insostituibili per placare l’orrore della competizione?

Quanto tempo occorrerà perché finalmente una cultura della sessualità degna di questo nome, e non solo una manfrina di retoriche psicologiste e istruzioni medico-sanitarie intrise di moralina, entri nelle nostre scuole, nella società, nel cinema (anche) per non abbandonare i ragazzi e le ragazze all’incontro con l’esperienza più straordinaria della loro vita in balìa di preconcetti, timori e un immaginario mediale violento e ripetitivo.

E’ inutile, sono anni che provo a scuotere i miei studenti nei banchi dell’università su questa “irruzione del meraviglioso”. E’ tardi. Il danno è già stato fatto. Li vedo intimoriti, inibiti, incapaci di articolare una qualunque alternativa ai copioni più logori e normalizzati. La sessualità resta un incredibile tabù, e non c’è rave che possa esorcizzare la penuria di sapere, fantasia, immaginazione.

Alla faccia dello scatenamento del godimento, quello che sperimentiamo, dentro e fuori di noi, è solo e ancora un corpo ignorante dove sensibilità e consapevolezza appaiono povere, mute. I corpi di noi tutti sono ancora goffi e passivi come lo sono quelli che si presentano davanti al tribunale della medicina o della psichiatria, corpi divisi, la cui esperienza di vita è castrata.

L’eros delle infinite sfumature, quello dei trattati antichi ed esotici, di una sacralità vitale e non sacrificale, diffuso nelle eresie, nelle letterature periferiche, nelle utopie, nell’espressività simbolica negletta dei grandi visionari di ogni tempo e luogo, quell’eros non penetra la nostra cittadella murata dalla sua anestesia.

Viene nostalgìa di un Eros bambino, alato e vagabondo e della sempre elusa potenza di Afrodite, che ci richiamerebbe a un grande elogio del piacere che mai abbiamo conseguito, tra teologie une e trine e simulacrali godimenti acefali.

Per sfregio, di fronte a tanta santificazione dell’amore con la A maiuscola (la cui esclusività, non lo si dimentichi, è anche causa di inenarrabili sofferenze), perorei con forza la causa della masturbazione, atto pacifico e individuale, di pura dissipazione, antiproduttivista e, come diceva Woody Allen (il cui narcisismo non si può negare abbia avuto grande potere creativo), atto erotico che si consuma con qualcuno che, volenti o nolenti, si stima.

E però anche, con il vecchio Fourier, voglio immaginare una combinatoria più ampia, complessa, una rotazione, una gerarchia mobile e virtuosa, dove la manìe si combinino con le manìe, non per premiare un piacere esonerato dall’intensità persino delle sofferenze, per quanto magari attutite da una sacrosanta affermatività, ma solo per onorare la vita, la breve vita che ci è capitata e che ci scorre via mentre ci accapigliamo per togliere al nostro tempo ogni autentica possibilità di essere “goduto”.

domenica 27 aprile 2014

La scomparsa dello sguardo



Guardandomi in giro non trovo più sguardi. Né quelli apatici di chi rotola mesto al lavoro. Né quelli garruli di chi rimugina una qualche fortuna. Né quelli torvi di chi odia il prossimo ( e anche il distante), né quelli curiosi di chi ti esplora con attenzione, né quelli timidi di chi guarda di sfuggita, obliquamente, o, talora, in tralice.

La verità è che l’esperienza di guardare ed essere guardati è totalmente tramontata. Non perché si sia diventati ciechi. Assolutamente no. Semmai perché gli occhi sono stati ingoiati da quei prodigiosi apparecchi che sono i moderni cellulari. Piccoli, maneggevoli e potentissimi strumenti di alienazione terminale dello sguardo.

Osservo le persone in auto, dal momento che vi trascorro ahimè molto tempo. Una percentuale altissima è al cellulare, alcuni per parlare (per un tempo incredibilmente interminabile, mi chiedo sempre su quali conti vadano chiamate di tale lunghezza), altri per vedere, digitare, accarezzare per far scivolare le molte finestre e finestrine e finestrinine dell’ingegnoso strumento.
Per strada, sugli autobus, nelle stazioni è anche peggio. Ovunque non si incontrano più sguardi ma corpi immersi nel flusso microscopico e magnetizzante dei loro cellulari. E se per caso si scopre qualcuno che non è adeso all’oggetto, anche se lo tiene quasi sempre comunque in mano, come una specie di fallo sostitutivo (specie le donne, va detto), ecco che, di fronte all’insolenza del mio sguardo, subito la difesa è fuggire nel piccolissimo schermo, l’ultimo di una catena di rimpicciolimenti nel campo della comunicazione(dal grande schermo, il cinema, al piccolo schermo, la tv, allo schermo micro, l’androide o aifono che sia).

Non si veda in ciò un rigurgito si moralismo. A scanso di equivoci anch’io possiedo un cellulare, androide credo, e lo uso, per quanto con una parsimonia tale che certi giorni neppure mi accorgo della sua esistenza. In gran parte parte perché ancora mi rifiuto di leggere la mia posta, i messaggi, le notizie e tutto il resto dentro quel miserabile schermo ma, soprattutto, perché ancora le mie dita non hanno sviluppato l’abilità tutta contemporanea della scrittura su microtasto. Imperciocché perderei tempo e vista a mettere insieme anche poche frasi spesso rischiando, con l’uso del T9, di sbagliare molte parole accorgendomene troppo tardi.

In verità però c’è anche dell’altro. Oso appena mormorarlo: inspiegabilmente, contro ogni evidenza, credo che il mondo là fuori sia più interessante delle per quanto mirabolanti infinite possibilità di acciuffamento di novità, messaggi e chattamenti vari il cellulare possa mai predisporre per me (fatte salve le urgenze). In fin dei conti il mondo del possibile, per quanto brutto possa essere, e spesso lo è, eccome, è quello là fuori. Quello nel microschermo è comunque il mondo piccolo, privato, a uso e consumo della mia petizione, delle mie intenzioni, per quanto lontano si possano spingere. E tutto sommato pur sempre un mondo che fatica molto ahimé, a trasmutarsi da fantasmatica virtualità in concreta e carnale consistenza.

Non essere ri-guardati è un’esperienza che travalica di gran lunga lo shock di cui parlava Walter Benjamin. Non più solo sguardi vuoti o assenti, ora proprio non sguardi. Perché per quanto, negli attriti imprevedibili della folla, di tanto in tanto uno scambio di sguardi, un bagliore di reale impertinente, prima dell’avvento dei microschermi, ancora poteva essere incontrato. Ora non più. Oltre al fatto che il contatto continuo con la parata molteplice delle scene del cellulare, di cui certo non può essere negato il fascino, pari a quello di un moderno caleidoscopio, è comunque un lavoro, un’attività, che non consente mai di riposare, di defluire, di calare nel mondo semplicemente per sostarvi inattivi, passivi, immemori (oppure memori ma di qualcosa che non ci piova addosso dal cellulare).

Insomma il cellulare, anche se certo è anche uno strumento che arricchisce il repertorio delle nostre possibilità comunicative, è l’ultima frontiera dell’annichilimento dell’incontro fortuito nel reale. Oggi l’incontro (fortuito?) si dà solo nell’irreale, con tutte le complicazioni che ciò suscita, naturalmente (presentazioni ingannatrici, fake, raggiri di ogni tipo, come è giusto che sia in un ambiente del tutto virtuale).

Trottoliamo nel mondo ignari di tutto, senza più sollevare lo sguardo su ciò che ci circonda (non stupisce allora che l’orrore che ci avvolge possa incrementare ogni giorno la sua proliferazione, in assenza totale di vigilanza (vedasi l’espansione cancerosa degli obbrobri expofili del paesaggio della mia città in questi ultimi anni)).

Ma soprattutto totalmente in opposizione all’altro che non ci viene più incontro, che non più con-è, tanto per dirla un po’ fenomenologica. Perché è del tutto in-line, ben al riparo dall’interlocuzione improvvida tanto quanto da quella provvida.

Chi ha più il coraggio di accendere una comunicazione con qualche compagno di viaggio in treno quando tutti appaiono presi da un altrove illocalizzabile, o comunque affaccendati, con quell’aria compiaciuta di chi può finalmente negare la sua solitudine costitutiva esibendo la parata delle sue gloriose conversazioni (perlopiù imbarazzanti o semplicemente ottuse, come quelle diffusissime con la mamma o il marito/moglie), o peggio, mostrandosi entusiasticamente travolto da una digitazione che appare però più una prestidigitazione (per la incredibile rapidità della tecnica)con un non-si-sa-dove non-si-sa-quando però assolutamente incomparabile con la tenue possibilità di un contatto con chi è lì, magari a pochi centimetri da lui, e che, per colmo della sorte malevola, deve pure sorbirsi le sue chiacchiere o il suo entusiastico diteggiare, a meno di non contrapporre a sua volta la magìa sconfiggi-sfigataggine con un altrettanto roboante tastipestamento orgastico.

Sì è vero prima c’erano i libri a difenderci dal prossimo ma in modo più tenue, più silenzioso e in fin dei conti non del tutto impenetrabile. Dal libro lo sguardo si leva talora, anche solo per rimuginare e riaffiorare al mondo. Dal microschermo non si riemerge più.

L’uomo è finito, diceva un filosofo non proprio di buon umore, un po’ di tempo fa. Ho sempre riluttato a questa sentenza, allevando in me, seppure con una progressiva difficoltà a trovare materia per alimentarla, una sorta di apotropaica speranza nella reversibilità del nulla.
Oggi la materia in mio possesso sta scivolando via come l’ultima sabbia di una clessidra, di fronte a questa razza di cellulare-protesizzati che vagano come sonnambuli in un reale definitivamente lasciato a sé stesso e agli ultimi inevitabilmente depressi testimoni del suo abbandono.

E’ triste non trovare più sguardi con cui scambiare la muta solidarietà dell’essere umani, quella che allude ad un comune destino, magari ingrato, quella di una semplice elemosina di attenzione, o quella più esuberante o intimidita di una seduzione. Nulla di tutto questo è più possibile.

La civiltà dell’ “autos” ha partorito il suo ultimo indefettibile apparecchio di distruzione della “social catena”, quella che sembrava poter magari debolmente contrapporsi allo strapotere di minacce anonime o organizzate, naturali o artificiali che fossero, laggiù nel reale. Oggi c’è una “social catena” in-line, invisibile, imperimetrabile, fondamementalmente autistica. L’hikikimori (quello che si chiude in casa per commerciare con il mondo solo via schermo) è a un passo.

Non so se sia meglio o peggio. Da quello che vedo deve essere meglio. Bisogna che sgomberi i miei dubbi, che smetta di sperare in un ri-guardo che non viene più. Sono proprio un vecchio romantico, credo ancora nel flâneur, nelle derive nel mondo (quello reale), nel sorriso di qualcuno che ti passa accanto o anche semplicemente nel saluto, quello che un tempo (ora quasi più) chi passeggiava si scambiava in montagna (dove però grazie al cielo spesso, ma per quanto? i cellulari non funzionano sempre a dovere).

Basta con questo ciarpame.
L’unica è che faccia un corso di microditeggiatura veloce e mi inchiodi anch’io al mio cellulare, giorno e notte, in auto o in metrò, via dalla pazza folla!

venerdì 18 aprile 2014

Templi e icone contemporanei (1): Il camion e i capannoni industriali



L’ecologismo, che noia…!
Basta con il piagnisteo sulla natura, che diamine! Occorre essere orgogliosi dell’infallibile sviluppo della creatività umana, della sua operosa intraprendenza, dei suoi mirabili manufatti!

Non si può non genuflettersi davanti a quelle prodigiose manifestazioni dell’arte umana che un mondo che si dilata senza tema secondo il principio della bellezza convulsiva produce ogni giorno. E mi riferirò alla mia zona, quella dove vivo da privilegiato assoluto e talvolta colpevolmente insoddisfatto a cagione delle conseguenze del tutto secondarie, mi rendo conto, di un benessere di cui dovrei essere più che pago.

Me ne vergogno, ma qualche volta non sono allegro, ahimé. Sicuramente per problematiche interne e deficit psichici. Sebbene talora mi sorga luciferino il sospetto che anche alcuni dettagli che attengono alle metamorfosi antropogeniche dell’ambiente abbiano su di me un sordido effetto rattristevole.

Mi riferisco, in prima battuta, alla mutazione delle forme di vita che il mio territorio, la terra padana lombarda, con particolare riferimento alla Brianza, sua inclita località ridente e meta del più aristocratico dei villeggiare fino a un paio di cinquantennii fa, genera vieppiù. E allegramente.

Oggi la “bella Brianza”, un tempo meta di narcisate e merende ghiotte presso i crotti della zona, fiorisce di una nuova specie di schietta genìa di presenze sempreverdi: i camion. Si può ben dire ormai, come si dice per esempio che l’astigiano è terra del vino o che la loira è terra dei castelli, che la Brianza è la “terra dei camion”. Non perché essa li produca in proprio, no niente affatto. Essa li ospita, li culla e li fa circolare sul suo corpo estesamente cementificato, ovunque e a tutte l’ore. Camion d’ogni fattezza e dimensione, dal camioncino per piccoli trasporti al gigantesco TIR a due vagoni, dall’articolato allo snodato, furgonati e telonati, dal Doblò sempre sferzato a chiodo per consegne urgenti all’autotreno dalla sirena marittima, il camion troneggia giorno e notte per ogni dove, salutando il popolo gagliardo della Brianza con il canto del suo motore potente, con il caratteristico sferragliamento dei suoi opulenti sistemi di trasmissione, con le sue trombe dal suono fatale. Più numerosi dei narcisi stessi, ormai ridotti a qualche microcosmica manifestazione nei noti giardini delle belle villette a schiera brianzole, della misura di non più di un modesto tinello, essi troneggiano ovunque, scintillanti e invincibili.

E’ rassicurante ogni giorno averli alle spalle, specie quando nel retrovisore della mia utilitaria di essi non appare che il ghigno ammiccante dei loro lustri fascioni paracolpi, oppure qualche simpatico “musone” old style a filo di posteriore (loro amano farti sentire il loro alito sulla schiena…). E incrociarli continuamente, giganteschi, senza soluzione di continuità, a sinistra nelle strade a doppio senso o sapientemente incolonnati a due a tre e anche a quattro corsie quando invadono allegramente la tua via o intere autostrade. E’ bello avvertire il loro caratteristico profumo, quando sollevano dai loro grossi tubi di scarico densi vapori speziati nell’aria, o quando dallo stridore dei loro freni avverti sprigionarsi nell’aria nuvole di pure polveri narcotizzanti.

Il camion fa allegria, solleva speranza nel futuro, rinvigorisce la sensazione di trovarsi dalla parte giusta del mondo, quella dove si ha tutto, e molto più di tutto naturalmente, cosa di cui ci si avvede solo quando si cerca di decifrare i nomi in codice di prodotti misteriosissimi che viaggiano sulle loro immarcescibili gomme.

In fin dei conti, comunque, tu sai di essere in Brianza quando i camion sono decisamente più numerosi degli stessi abitanti del luogo.
Ma non basta. La Brianza non ha potuto fare a meno, in questi ultimi decenni, di allestire gli spazi indispensabili affinché i camion avessero un luogo ove adempiere il significato profondo dei loro magici viaggi. Una delle strutture più diffuse nella zona, uno dei campionari di soluzioni edilizie e architettoniche più vertiginose e creative, è, senza timore di sbagliare, il tempio del camion, il capannone industriale!

Ommioddio, la Brianza è meravigliosamente coltivata a capannoni, di tutti i generi, tutti i colori, tutte le grandezze, tutti i materiali, senza soluzione di continuità. Gli uni gemmano degli altri, gioiosamente, riproducendosi come le uova delle rane, a grappoli, a mucchi, a mosaico. I capannoni industriali sono il prodotto di cui la Brianza può andare davvero orgogliosa. In sé, nel suo seno, li ha albergati tutti: tutta la tipologia intendo dire. L’occhio non si stanca mai qui: sempre nuove figurazioni appaiono, sempre nuove soluzioni che finalmente fanno sparire ogni traccia di quelle noiose manifestazioni del territorio impossibili da curare e dal tutto improduttive che erano campi e brughiera e ogni altra maligna manifestazione spontanea della natura.

Giammai! E come avanzano! Non si può scordarsi per qualche giorno di transitare per qualche lugubre anfratto di natura ancora tristemente ancorata alle sue forme naturali senza che, in un batter d’occhio, non la si ritrovi sostituita da meravigliosi nuovi capannoni industriali, autentico orgoglio di una regione che lavora, che produce e che ha un tale amore per la propria terra da averla trasformata in un unico grande (forse visibile anche dal satellite) immenso agglomerato di palpitanti, operosi, incomparabili capannoni industriali.

Vivaddio, io, modesto e a mio modo operoso abitante di questa terra, son ben felice di albergare accanto a questa maestosa opera della creatività umana, benché talora, nel chiuso della mia più inconfessabile interiorità, non possa fare a meno di immaginare che un improvviso evento sismico, un maremoto, un incendio tanto colossale quanto purificatore, faccia piazza pulita di tutta questa bolgia di gomma, ferro e calcestruzzo e mi riconsegni la vecchia e sudicia natura, liberandomi al contempo anche da una catasta di inutili oggetti che, con loro, con la loro esuberanza e argentina ingenuità, i camion e i capannoni industriali, riversano continuamente nelle case, nei luoghi, nel mondo.

sabato 22 marzo 2014

"Appunti di un naufrago": il fascin-(sm)-o indefettibile dell'esame



Per molti docenti l’esame è un evento di culto, specie in epoca di valutazionismo “totale”. E’ qualcosa di molto serio, addirittura di sacro, da tenere al riparo da ogni disincanto. Essi, ritenendo fondamentale e imprescindibile il contributo che danno alla cultura, l’efficacia del proprio insegnamento e realisticamente introiettabile la quantità di informazioni programmata per lo studio e incorporata in un certo numero di libri solitamente di ostica lettura, si avviano alle prove con portamento altero e supponente (come sempre per altro).

Agli esami si fanno un vanto di sottoporre a un serrato interrogatorio (porre sotto esame e interrogare sono procedure di polizia), i loro studenti. Alla fine di questi interrogatori, in cui, occorre dirlo, sempre più spesso la sfacciata propensione al dialogo è squisitamente esibita, così come l’attitudine falsamente empatica, molti colleghi fanno fioccare i numeri con ammirevole perizia e impareggiabile cinismo.

Sono quasi del tutto scomparsi (anche se non proprio completamente) i professori che facevano volare i libretti, sbeffeggiavano gli allievi poco preparati e a ogni piccolo errore di grammatica o che, all’ascolto di qualche pronuncia straniera non proprio pienamente intonata, prorompevano in insulti e correzioni anche di natura ortopedica. Ne esistono però ancora molti che sanno esprimersi con gagliardia su una o più di queste nobili prestazioni.

I professori si sentono molto importanti. Nonostante tutto congiuri con molta evidenza a ridicolizzarne il ruolo, essi gonfiano ancora i petti e le piume, specie quando si tratta di umiliare, con ironìa naturalmente e una crudeltà raffinata e sottile, qualche allievo perché non dimostra ancora piena “competenza” nei prodigiosi misteri della “sua” materia.

Forse che davvero i nostri corsi, perlopiù effettuati in aule dove pascolano dai 100 ai 300 studenti, possono anche solo aspirare a fecondare efficacemente qualcuna di quelle giovani menti? Specie quando la spocchia ancora altamente diffusa cosparge i dettati delle suddette lezioni di raffiche di citazioni e di parolette altamente specie-specifiche?

Certo, oggi grazie a power point e ai sussidi video può accadere incidentalmente che qualcosa si incida su attenzioni assai tribolate da mille legittimi disturbi. E tuttavia sarebbe davvero ingenuo ritenere che quelle cosiddette lezioni possano davvero realizzare risultati di apprendimento. Per non parlare dei testi, massicci, noiosi e feroci per vocazione, inappetibili, e in numeri tali che chiunque cercherebbe di studiare mediante surrogati e fotocopie per quanto abborracciate.

Gli studenti cercano come possono di sgravare la pesantezza di questo trattamento così ben calibrato a creare ineffabili contesti di apprendimento. Alla fine l’unica soluzione è la scorciatoia, l’azzardo, l’astuzia luciferina.
E come dargli torto?
D’altra parte, per converso, gli studenti, in tal modo, hanno imparato a vivere i loro percorsi di studio esclusivamente come preparazioni ad esami. L’esame è il loro totem e l’unica esperienza che dia senso al loro esistere per alcuni anni. Anche di questo, un dio, il dio di queste istituzioni impossibili, dovrà un giorno rendere conto.

Personalmente, da sempre, cerco di trasformare gli esami in qualcosa d’altro. L’irruzione di queste procedure di polizia mi ha sempre disturbato, fin dalla scuola. Sempre ho ritenuto che se qualcosa di vivo è nato da un corso, quel qualcosa farà il suo effetto senza bisogno di esami. Se non è nato, o è nato morto, come accade per lo più, l’esame lo renderà ancor più esanime.

Che l’esame sia dunque una “restituzione”. Se il mio insegnamento è un dono, come lo ritengo (alla faccia di chi ci vuole dei seri professionisti dell’uso del sapere a fini giudiziari), allora il reciproco, se ci deve essere, che sia un dono: una restituzione. Ogni studente scelga una modalità espressiva che gli è congeniale per produrre una sua rielaborazione del percorso fatto e la doni in sede d’ “esame”, con le immagini, le parole, i suoni, i gesti. Poi eventualmente, a fini di perlustrazione del background, ci si potrà sbizzarrire ad approfondire.

L’esame perfetto sarà quello dove la restituzione sarà talmente originale, soggettivata eppure capace di rendere conto dell’esperienza fatta, da non richiedere alcun commento, alcun approfondimento, alcuna ulteriore pratica ispettiva.

Ma comunque sia nessun esame potrà nascondere la sua infamia profonda, il suo significato bieco, il suo essere strumento di una pratica ricattatoria finalizzata a sostenere un sistema incapace di giustificarsi e di sopravvivere altrimenti.

P.S.: Alcuni miei colleghi, quando vedono sul libretto (oggi non più, siamo stati digitalizzati, per me è un bene) i voti dei miei esami, spesso alti (anche perché uno studente che restituisce fa spesso miglior figura di uno che è messo sotto torchio), ridacchiano. Ah, questo voto l’ha preso con M, e si guardano tra loro con sguardi di complice ironìa. Finchè si potrà, perché di sicuro tra poco, con i nuovi sistemi di valutazione della didattica, sarò costretto a “erogare” prove oggettive e misurabili.
Quel giorno sarà anche il mio ultimo giorno però, per potermi guardare ancora in faccia.

mercoledì 19 marzo 2014

"Appunti di un naufrago" : i punti



Quindi mi piace mangiare da solo. Mi acquatto in un tavolino basso, un po’ periferico e, mentre mangio, con calma, senza fretta, esercito insensibilmente tutta la mia misantropìa. Guardo i cascami di mondo che mi rotolano vicino, sempre più deludenti, di cui forse anch’io, agli occhi altrui, costituisco una traccia, e borbotto pigramente tra me il mio sdegno.

Ragazzi già vecchi che festeggiano una laurea. Sono tutti fidanzati questi ragazzi, già hanno messo al riparo i loro desideri in una crisalide di cemento. Oppure coltivano freneticamente simulazioni di rapporti ingobbiti sopra i loro gigacellulari. Hanno finalmente i capelli corti, i ragazzi, e sono pasqualmente agghindate, di nuovo, le ragazze, con tacchi che palesemente le fanno barcollare, loro sempre calzate in nike e hogan. Di nuovo come negli anni ’50. Altro che godimento acefalo! Pronti per essere triturati dai nuovi sistemi flessibili del lavoro, agognanti una villetta famigliare, una macchinetta, un lavoro, un figlio, un nulla.

Guardo qualche vecchio residuo delle proteste di altri giorni, grigissimi, poverissimi, torturati dalla privazione. Qui ne vengono due a pranzo, sul tardi. Sono come fantasmi. Mi suscitano tenerezza e disperazione, lui e lei. Lui vecchio, con i capelli lunghi, biancastri, ovviamente vestito dentro qualcosa che sta tra la tuta e la tela di sacco. Lei un po’ più giovane, altrettanto grigia, altrettanto nella tela di sacco. Forse neocinici, forse vagabondi teatrali.

Poi ci sono i colleghi. Fanno puzza. Nervosi, si guardano in giro in cerca di qualcuno che li riconosca. A piccoli gruppi. Parlano di concorsi. Mangiano veloci, come roditori. Poco e veloce.

Oggi ci valutano a punti. Ho appena scoperto di essere stato estromesso da un collegio del mio dipartimento universitario. Non faccio abbastanza punti. Va da sé che collezionare punti non è proprio uno dei miei obiettivi prioritari, specie quando si tratta di scrivere per riviste quotate alla borsa dell’epistemologia in voga o di farsi notare a convegni purchè siano internazionali. O di pubblicare ma solo e comunque volumi massicci e farciti di inutili citazioni.

Non è il mio stile, io scrivo poco e concentrato, in volumi piccoli, che totalizzano 0 punti, anche se presumono di aver cose da dire. Nessuno di chi li giudica, misuratori di mediane, è neppure vagamente in grado di valutarne il contenuto o le sfumature dello stile, ma loro attribuiscono punti, come alzare palette, secondo il numero di pagine, le citazioni giuste, le case editrici riconosciute.

Non ce la posso fare in un mondo che viaggia a punti, a meno che non siano i punti di un gioco, dove alla fine però il punteggio è solo il trionfo virtuale, festivo, gratuito.

Qui si decretano i destini, con i punti. Anche i ragazzi, qui, al tavolo vicino, sorridenti e pieni di iniziativa, sono pronti a fare a punti, a internazionalizzarsi. Viaggiare fa bene…

Mangio, discreto, bevo anche alcolici, nessuno beve alcolici naturalmente a pranzo, non è un comportamento approvato per ottenere punti.

Il prossimo convegno quanti punti dà? Quanto devo pagare per partecipare? E quante parole deve contenere il mio abstract per essere accettato?
Non c’è più niente da ridere. E’ il sapere del fare. E’ il mondo del fare. Fare per avere punti.
Dia retta, faccia punti, poi si vedrà. Un domani non potranno che rivelarsi utili!

Io però, che ho avuto la fortuna di diventare professore prima che si abbattesse questa insania endemica, mangio piano, guardo, mi amareggio, compenso l’amarezza con una fetta di torta, che qui non sono neppure troppo chimiche. E sorseggio un lungo lungo caffè.

E penso a come scappare. Cerco una porta, che non vedo. Ma sono sicuro che c’è. Devo solo diventare più sensibile. Da qualche parte, magari ben nascosta, una porta, per uscire da questo letamaio, ci deve essere.

Buon appetito.

giovedì 6 febbraio 2014

La soluzione finale dell'arte



Ciò che è accaduto in questi giorni come ultimo atto del governo precedente (e dei molti che l’hanno preceduto) in merito alla storia dell’arte non ci deve stupire. E’ scandaloso, rivoltante, insostenibile ma non stupisce.

L’accanimento con cui le nostre istituzioni formative da sempre perseguitano i linguaggi simbolici (di cui l’arte e in particolare l’arte plastica non rappresentano che un caso, per quanto evidentemente paradossale e ingiustificabile) è pari solo alla demenza con cui affrontano invece i contenuti considerati indispensabili (tanto da renderli comunque indigesti ai suoi destinatari e dunque inefficaci).

Ma il caso dei linguaggi simbolici (arte, musica, cinema, poesia ecc.), che pure sarebbero immensamente in sintonìa sia con le attese che con le capacità di chi la scuola frequenta (i bambini e i ragazzi appunto), è assolutamente emblematico.

L’arte non è mai davvero entrata nelle nostre scuole se non in forme risibili e caricaturali, né lo hanno fatto la musica o la poesia o il cinema o la danza (se non in istituti rigidamente specializzati e dunque monchi comunque)...

Perché? Semplicemente perché mobiliterebbero aree esperienziali dell’individuo che da sempre sono state rimosse dall’intenzionalità formativa al potere (l’immaginazione in primis, l’intuizione, l’emozione, la sensibilità, il corpo ecc.). Le scuole da sempre hanno come unico bersaglio il cervello e solo di cervelli vogliono occuparsi (tutto in esse, dai luoghi alle posture all’organizzazione ai mezzi, parla della rimozione sistematica dei corpi, delle emozioni e dell’immaginazione). Non solo, l’idea di conoscenza che si veicola in quei luoghi di pena rispecchia un’epistemologia rigida, austera e irrimediabilmente antiquata. Solo contenuti altamente razionalizzati, premetabolizzati, concettualizzati e classificati. Mai un impatto che non sai mediato da quegli strumenti di riduzione sistematica che sono antologie e storie e manuali.

Del resto la stessa storia dell’arte ha potuto sopravvivere miseramente solo per quello: perché in essa l’arte è ridotta a informazione, a catalogo storicizzato, a rubrica deprivata d’ogni potere di fascinazione, di emozione, di partecipazione. Mai che l’arte (o la musica, o la stessa poesia), siano state il soggetto di un incontro plenario, senza che fossero seppellite sotto verbose introduzioni, inquadrate dentro griglie e periodizzazioni, sottoposte a giudizi, commenti, gerarchizzazioni.

Quando davvero l’arte ha potuto essere sperimentata nella sua immediata potenza espressiva, meditata e esplorata a fondo nell’inesauribilità dei suoi mondi immaginali?

Oggi ci lamentiamo della sua scomparsa dai palinsesti anoressoidi dei programmi scolastici. Ma quando ci si è lamentati del modo irrimediabilmente povero e paradossale con cui è stata trasmessa, in un modo che di certo non ha contribuito, come si vorrebbe talora pomposamente, a fare dei suoi studenti dei paladini della sua custodia e protezione, men che meno a farne un ingrediente vitale della nostra esperienza oltre che una via conoscitiva assolutamente indispensabile per coltivare uno sguardo sul mondo che non sia solo sfruttatore, profittatore e catalogatore?

Nel tempo peggiore di tutti, in cui nulla si salva che non sia strettamente indirizzato a rafforzare le competenze competitive (mi si perdoni la tautologia ma è “realistica”), quelle performative e soprattutto quelle spendibili e vendibili sul mercato, a poco vale evidentemente appellarsi alla sensibilità di legislatori che non hanno alcuno scrupolo a seppellire gli ultimi fuochi vitali della cultura.

Solo la nostra vigilanza e la nostra protesta può forse ancora far avvertire il delitto che si perpetra oggi come da molto però ai danni di ciò che di meglio l’uomo ha creato in questo mondo: le opere della sua immaginazione creatrice. In esse è riposto l’elisir per comprendere la terra e la sua interiorità senza stuprarla con la nostra volontà di dominio. I poeti, gli artisti, i compositori, i coreografi, i registi, quelli capaci di intendere a fondo l’intimità delle cose, ci consentono di partecipare e non di sfruttare il volto del mondo. Il loro appello, se fosse inteso, ci volgerebbe a un atteggiamento più devoto, più meditante, più integro, perché i poeti e gli artisti adempiono un compito unico e insostituibile: restituire le cose a sé stesse, quello che Rainer Maria Rilke definiva affidare il visibile all’invisibile.

E oggi, nel tempo della massima visibilità, anzi dell’oscenità del visibile, il bisogno primario di tutti noi, e dei nostri figli anzitutto, è proprio quello, come mi sforzo di sostenere da molti anni, di coltivare l’ascolto ricettivo delle opere dei poeti, delle creazioni dell’immaginazione simbolica, uniche forme di creazione ove risuoni non il prometeismo dell’uomo del fare ma una comprensione stupita, incerta e pronta a riconoscere ad ogni infinitesima parte del tutto, il diritto ad essere e ad essere secondo la sua intima e irriducibile singolarità.

sabato 23 novembre 2013

La grande offensiva dei "talent" : ideologia al quadrato



Ci si accapiglia sui talent perché sono andati a insidiare i territori supposti sacri del nostro mondo ultimo e sventuro. Ma è pura propaganda, serve solo a macinare altra pubblicità. Come se la letteratura e l’arte fossero meno merce del resto. Figuriamoci.

Certo però un dato di tutta evidenza non può essere taciuto. Siamo sommersi.
I talent crescono letteralmente come funghi. Ogni volta che armeggio con il televisore ne scopro uno nuovo. L’ultimo che mi è capitato sottomano è Nati per ballare versione Uk, non so se vecchio o recente, non importa. Soliti formati, genere X factor, solito spettacolo pietoso di personaggi improbabili che si candidano a prestazioni del tutto fuori scala per loro come ciccione che ballano con foga da cardiopalma a ritmo di hip-hop e altre mostruosità analoghe, per rendere la “sfida” ancora più accalorante (del resto Peter Sloterdijk, il filosofo ex-neo-kinico fattosi profeta della talentizzazione di tutti nel suo piuttosto inverecondo Devi cambiare la tua vita, mette in luce come l’handicap sia un prodigioso ingrediente per ottenere prestazioni straordinarie).

Spettacoli di questo tipo grondano letteralmente a fiotti, in una novella uniformazione della materia bulbosa e crassosa che rigurgita cronenbeghianamente fuori dal nostro elettrodomestico più importante.
Ce n’è per tutti e di tutti i generi, dal culturismo all’arte passando per ogni forma dell’umana affermazione nel “fare”.

Ma veniamo al dunque. Chiaro che le polemiche sulla deriva “spettacolare” di campi della nostra esperienza che dovrebbero rimanerne al riparo è del tutto ridicola e, come si diceva, perfettamente in sincrono, per dirla con linguaggio adeso alla materia, con le esigenze mercantili del prodotto. Quindi proviamo a vederne qualche altro aspetto.

Per quanto mi riguarda ritengo che si tratti della più massiccia campagna di propaganda che si sia vista negli ultimi duecento anni a favore di un valore che ritorna a pompare della più bella: il valore della competizione, della competizione individuale e della competizione ad ogni costo. Questo forse è perfino banale. Ma è la misura ad essere straordinaria. La competizione torna e torna alla grande con tutti i suoi accessori: “tutti ce la possono fare” (anche le ciccione che ballano il rap), occorre solo sforzo, umiltà (occorre essere umili di fronte ai giudici, salvo quel pizzico di sfacciataggine che fa sempre audience) e tanta tanta perseveranza.
Naturalmente nel tempo della “grande penuria”: se ce la si può fare, ce la si può fare da soli!
Da non crederci. Era da un po’ che questo valore sempreverde non tornava così beatificato. Rallegriamoci. Ognuno di noi ha un talento e deve vendere cara la sua pelle per farlo valere. Amen

Perno dell’operazione è la gastronomia. Geniale: ci hanno presi per la gola. Chi può affermare di non essere acquolinicamente catturato da quelle belle sfide con chef che sembrano Indiana Jones (Gordon Ramsey, il vero e unico profeta del talent) oppure dei bastardi melliflui e con la pronuncia meravigliosamente slava che tanto fa vecchio film di spionaggio antisovietico (sempre un ottimo bersaglio ideologico, per quanto consumato) come Joe Bastianich?
E’ altrettanto appssionante vedere maltrattare (in chiara simulata) poveri gestori di locali decadenti nelle periferie della California, con le loro cucine sempre piene di cibi surgelati anni addietro e inevitabilmente purulenti e saccheggiati da animali rivoltanti, quanto assaggiare con la sola vista piatti che appaiono perfetti quadri cubisti, salvo che a mangiarli “mi muoro”.

I talent ci appassionano e ci commuovono, stuzzicano la nostra crudeltà quanto il nostro buon cuore. Godiamo a vedere offendere senza mezze misure i contendenti sempre pronti a farsi schiaffeggiare con inscalfibile servilismo così come ci emozioniamo di fronte al ragazzino nero magrolino giubilato dal talent sull’arte contemporanea made in USA, Work of art, che alla fine di un percorso estenuante dove ha dovuto improvvisare in tempi sempre contingentatissimi (secondo le vecchie regole della fabbrica fordista), opere con soggetti impossibili, è finalmente quanto improbabilmente il vincente di una dura lotta a coltello con i suoi competitors.

Di valori a buon mercato ce n’è per tutti i gusti, gusti delle macchine da profitto, si intende.
Una formula che solletica soprattutto il nostro sadomasochismo (ma anche il loro, presumibilmente, dei partecipanti, che fanno la fila per avere una “chance”, vecchio impagabile mito del capitalismo americano), mentre ci identifichiamo di volta in volta con la vittima e con il carnefice. Una formula sicura per fare affari con il mai troppo abusato agonismo da circo romano e, al contempo, rimettere in circolo, a dosi da indigestione, la vecchia e incrollabile ideologia della prestazione, della sfida, della produttività, del vincere o perdere, insomma della competizione.

Ideologia al quadrato in azione: una macchina che fa far soldi e nuovi servi in ogni direzione, da qualsiasi lato la prendi. E in più è anche divertente. Un affare da Re Mida.
Con i suoi “giudici”, tanto per temperare fino all’impossibile la vecchia matita che decreta che la vita è sempre una tenzone con un giudice (per i più paranoici una partita a scacchi). Con un giudice imparziale e “competente” (altra parolina che secerne ideologia come una pera marcia la sua bava sierosa), un giudice che ci rende complici del fatto che ogni opera non è fatta per esprimersi (ci mancherebbe altro) ma per funzionare, e se non funziona, come con inesorabile puntualità i giudici sanciscono, “sei fuori”.

Non stupiamoci. Oggi tornano alla carica tutti i ferri vecchi. Abolita finalmente, anzi proprio surclassata ogni idea che provenisse da quell’impresentabile bacino di puerizia (si fa per dire…) che sono state le lotte degli anni 60 e 70, ormai difese solo da qualche tossicodipendente (quando perfino tutti i suoi principali attori le sbeffeggiano e addirittura le marcano con l’infamia di aver accelerato l’arrivo del peggio presente), è evidente che resta l’unica ideologia, quella vera, quella che non delude mai.

Così tornano alla ribalta con un frastuono che fa fin male alle orecchie il “merito” (applauso), gran campione dell’agone, la prestazione (applauso più forte), unica modalità di essere nel mondo che non sia depressiva e fallimentare e, naturalmente, in questo campionario del principio maschile all’opera nonostante la scomparsa della società patriarcale, la competizione (applausi, fischi, ovazione).

Va così.

Il problema è che tutto questo davvero funziona. Davvero ci piace. E dunque?
Forse che sia tutto vero? Forse che quella vecchia e solo apparentemente indegna ideologia è quella vera, quella santa, quella decisiva?
Basta coi mala tempora currunt, evviva il talent! Facciamoci a pezzi, magari in gruppi, così da dare una degna sepoltura alle fallimentari utopie collettiviste!
Del resto, basta guardarsi in giro, in auto, in tram, negli uffici, nelle scuole, nelle università. E’ tutto un talent, è tutto un fiorire di gare e di giudizi. Ognuno ha il suo X-factor.

Sì, deve essere così, è questo il mondo migliore possibile.
Non resta che allenarsi di brutto.