la gaia educazione

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martedì 27 giugno 2017

Il cellulare: postnichilistico e preapocalittico




Che cosa è il cellulare? Chi è? Cosa rappresenta?

Guardiamolo, questo piccolo oggetto, così maneggevole, così carezzevole, così sensibile e obbediente.

E’ minuscolo, vitale, responsivo, sta in una tasca di qualsiasi vestito, si illumina, basta sfiorarlo per entrare in contatto con lui e le sue migliaia e migliaia di possibilità.

E’ forse una bacchetta magica, la lampada di Aladino, che risponde allo sfregamento liberando un genio capace di realizzare i nostri desideri? Questo piccolo prodigio della tecnologia umana -o forse si dovrebbe dire dell’alchimia umana, se l’alchimia potesse essere piegata a scopi di soddisfazione pura come forse avrebbe voluto Faust e tanti altri adepti della pietra filosofale poco iniziati -, questo dispositivo non si può negare che possieda un alone magico.

Lo sfreghi, lo diteggi, lo palpi e lui ti dice tutto quello che vuoi sapere, ti indica dove rivolgerti per ogni desiderio e, spesso, riesce a soddisfarlo seduta stante. Vedere un parente lontano, parlargli, avere un libro, subito, in pochi semplici movimenti, leggerlo, annotarlo, avere una ricetta (strano che non te la prepari), individuare un ristorante vicino a te, o un servizio di terme, o di massaggi, o sessuale, reale ma anche virtuale. Ti permette di giocare, di investire in borsa, di diventare più o meno chi vuoi nelle sue infinite simulazioni sempre più simili alla realtà, ti permette di comprare qualunque cosa senza muoverti dalla tua comoda poltrona, di vedere ogni genere di donna o uomo e di potervi accedere, con le infinite applicazioni per gli incontri, gli intrecci, assecondando le manifestazioni più particolari e inconfessabili delle tue manie.

Si potrebbe passare giornate a elencare i suoi meriti, le sue possibilità, le infinite finestre che spalanca sul mondo, senza però ancora obbligarti a entrarvi fisicamente in contatto, sebbene molte delle avventure che cominci attraverso di esso possano costarti caro: il baratro delle spese e delle perdite d’azzardo, la diffamazione, la navigazione in acque sempre più torbide, fino ai bui scantinati della rete, dove puoi incontrare il tuo volto sconosciuto e quello dei tuoi simili più abominevoli.

Il cellulare è tutto in un certo senso. Non riduciamolo alla condizione di pura virtualità. Il cellulare spalanca le porte del reale, te le fa scoprire, è il terminale da cui puoi partire per viaggi e imprese, anche solo conoscitive ma in molti casi molto concrete, sincerandoti prima, sempre che non ti vogliano truffare, che i luoghi che hai traguardato o gli oggetti che hai ammirato attraverso la tua personale finestra, siano veramente molto simili a quelli che davvero desideri.

Il cellulare è piccolo, facilmente occultabile, il suo schermo è sempre più sofisticato, può condurti ovunque, senza fatica, per pochi soldi. E’ alla portata di tutti. E può mostrarti tutti i tipi di soddisfazione. E farteli godere. IL cellulare è la via alla soddisfazione dei desideri, intimo, confortevole, tuo. Tu con il tuo cellulare sei già tutto. Certo devi avere cura non cada nelle mani sbagliate, lì c’è la tua carta d’identità in un certo senso, non le maschere che indossi quotidianamente per fronteggiare il caos del reale, lì ci sei tu, nella nuda esposizione delle tue manie e dei tuoi desideri.

E oggi, in epoca postnichilistica, quando tutte le parodistiche costruzioni di credenze, gerarchie di valori, metafisiche, punizioni e ingiunzioni universali, giudizi finali, sensi di colpa e di peccato sono finalmente dissolti, lì puoi davvero essere come Dio, o quasi. Una buona imitazione.

Nulla ci può separare dal godimento e il cellulare lo rappresenta in tutte le sfumature possibili, allargando enormemente anche la nostra povera fantasia, offrendo sempre di più e spesso, sempre più a buon mercato.

Il cellulare è il dispositivo del godimento, subito, o tra molto poco. Grazie alla geolocalizzazione può permetterti di setacciare il tuo territorio, alla ricerca di tutto ciò che ti possa soddisfare, in incognito, grazie agli pseudonimi, ai nickname, a un po’ di maquillage, oppure più libertinamente senza veli, tu, finalmente quasi onnipotente.

Perché indignarsi? Al contrario, dovremmo rallegrarci! Fine dell’ipocrisia, fine delle mascherate, delle interpretazioni spesso grottesche di ruoli che non vogliamo, che non ci calzano. Finalmente un miglior impiego del tempo, dell’energia. Voglio conoscere qualcuno che venga in bicicletta con me? Scopro un gruppo su fb. Voglio scambiare foto di cadaveri? La selva dei siti satanisti e necrofili è fittissima. Voglio mangiare, guardare, scopare, collezionare video degli anni 70, figurine, fare la lotta con le amazzoni, in quella piccola scatola c’è tutto, perché affaticarsi. E non solo. Cercando si trova. Si trova qualcosa che non era stato pensato, qualcosa che non si era immaginato. E’ avventura, deriva, eccesso, trascendimento.

Forse non sappiamo ancora creare un mondo a immagine di ciascuno di noi, come certa narrazione fantascientifica talora ci fa immaginare ma ci siamo molto vicini.

Si tratta di un’utopia. Parliamoci chiaro. Specie in un reale che, non sappiamo se in conseguenza o come causa, si fa sempre più deserto, invivibile, contaminato, corrotto. Come orientarsi nel deserto del reale, dopo la fine di tutte le dottrine morali, di tutti i catechismi, di tutte le guide per perplessi o meno?

Con il cellulare. Nessuna angoscia metafisica, un filtro puramente funzionale: vuoi giocare d’azzardo, puoi farlo da dove ti trovi o entrare in gruppi, vuoi sparare sentendoti parte di una gang e vivendo avventure impossibili? Perché no? Osa, liberati, spingi, la vita è breve, finita, godi ora perché domani non puoi sapere.

Il cellulare è un buon inveramento del materialismo utopistico del ‘700. Fine delle ideologie, delle fedi, di qualsiasi Dio, l’avvento dell’uomo come orfano di un destino di riscatto e resurrezione ma finalmente padrone di sé, unico responsabile del suo esserci.

Qualcuno ci controlla? Ci vedono? Ci registrano? Sappiamo bene ormai che la macchina del profitto non è interessata a giudicarci quanto ad allestire nuovi scenari di godimento. Più intercetta i miei desideri più mi sarà vicina per farmene trovare di simili, per titillarmi con altre offerte, per allargare lo scenario.

Sarò io a pilotare l’offerta, -non c’è più bisogno di indurre i bisogni!-, sarò io a indurli, andando finalmente a fondo ai miei desideri, anche quelli impresentabili, che conosceremo soltanto io e l’ignoto addetto alla mia soddisfazione, complice tramite cookie, ben venga il cookie! Farò io la tattica della mia vita quotidiana, già so che se sceglierò quel bene, se solo lo cercherò, a poche ore me ne saranno presentati altri mille analoghi, ovunque io digiti, o sfreghi, o clicchi.

Dunque finalmente guardiamolo per quello che è questo oggetto, questo incredibile prodigio, e facciamocene una ragione, chi davvero vorrebbe privarsene? E per che cosa? Per tornare ai vecchi telefoni, per tornare alle ricerche infinite, quando per farsi una bibliografia (per esempio), bisognava fisicamente andare in cento biblioteche e trovare molto meno di quello che si può trovare con pochi tocchi e sfregamenti?

E poi in nome di che cosa? Del reale? Il reale, questo sconosciuto, non foss’altro perché i prospettivismi e ogni banale sociocostruttivismo ci ha finalmente dimostrato che non esiste alcun reale!

Certo, a volte, a stare troppo attaccati agli schermi, può capitare di andare addosso a qualcuno, a un palo, a una macchina, a un bambino che cammina per strada. E’ solo questione di tempo: presto i cellulari avranno i sensori di ostacolo direzionali. Ce li ficcheremo dietro un orecchio, come già stanno sperimentando e fotograferemo il reale con le notizie che ci arriveranno dritte nella memoria. Di ogni persona che incontreremo per strada sapremo vita, morte e miracoli, secondo schede predisposte dall’utente si intende, oppure chissà, grazie a password molto più care, potremo entrare nella memoria dei suoi tracciati e vedere fin dove si è spinta la sua audacia o il suo orrore. Potremo decidere se frequentarlo o meno, se è libero o meno, se è disponibile, secondo un rapido sistema di stimolo-risposta.

Quando penso alla verità e ai suoi fondi, alle sue profondità, mi viene sempre in mente quell’ormai vecchio film di Tarkovskij, Stalker, in cui tre tipi umani vogliono raggiungere il luogo dove si realizzano i desideri. Ma sono uomini di un altro tempo, ancora aggrappati a dei valori, o anche solo alla loro rifondazione. E nessuno avrà il coraggio di entrarci, nel luogo, nella stanza. Anche perché, come dice uno dei tre, lo Scrittore, “non vorrei vedere uscire lo schifo che c’è dentro di me”.

Ma chi ha paura ormai del proprio schifo? E poi schifo agli occhi di chi? Per noi postumani…

Come comportarsi allora con questi straordinari analizzatori della nostra verità, delle nostre pulsioni come dei nostri camuffamenti?

Vogliamo proteggere i bambini? Gli adolescenti? E come fare? Noi lì immersi nel brago digitale e loro a digiuno. Occorrerebbe creare dispositivi per bambini, per i quali si prevedano continui divieti d’accesso almeno nei gironi più infernali della grande beneficenza visuale e interattiva. Ma in cambio di che cosa? Degli scenari appetibili e affascinanti che abbiamo preparato per loro? A cominciare dal deserto della scuola? E dal deserto delle città? E dal deserto di molte famiglie? E del lavoro? Che cosa abbiamo da offrirgli per distoglierli dal gioco più divertente e inesauribile, appena a pochi millimetri dalla possibilità di farne un tracciato vitale in continua espansione? E noi poi? Siamo forse meglio? Chi è meglio lanci la prima pietra!

Se proprio non vogliamo però questo mondo di godimento individuale, un po’ atomizzato certo, un po’ disperato forse, come ogni forma di dipendenza del resto, e questa è una dipendenza dai mille volti, dobbiamo pensare un’alternativa credibile ad esso.

Occorre rifondare un reale degno di essere esperito, vissuto, goduto, collettivamente, se non ci piace l’individualismo, ma per questo c’è parecchio da fare, perché tra cellulare e reale bruto c’è una sorta di corrispondenza inversa. Più si impoverisce l’uno e più si arricchisce l’altro. E di sicuro oggi a impoverirsi non è il mondo infinito e stupefacente dentro ai cellulari, come è di tutta evidenza.

Vogliamo riappropriarci del cosiddetto reale, la concretezza delle cose, quelle in cui inciampiamo o ci incontriamo corpo a corpo? C’è tanto tanto da fare. Vogliamo rinverdire lo stato delle relazioni umane non sottoposte a commercio e protocolli normativi? C’è tanto tanto da fare. Vogliamo più affettività, più piacere, più condivisione, più solidarietà? Forse non c’è davvero più tempo. O forse no.

E’ per questo che siamo prossimi ad un apocalisse. Ad una rivelazione.

Di una siamo già testimoni: quella che ci mostra la verità nuda e cruda del nostro desiderio, finalmente. Oppure.

Oppure sta a noi immaginarne un’altra, di rivelazione, o di catastrofe.

venerdì 13 settembre 2013

Ancora su questa maledetta faccenda del desiderio a scuola



Non fosse che mi hanno intervistato (bontà loro) su questo argomento, di recente, avrei continuato a riposare per un po’ lontano dall’ignavia e dalla superficialità che regna su questa materia tanto imbarazzante. Ma le molto più imbarazzanti banalità che si allineano continuamente sull’argomento, mi provocano a scrivere ancora qualcosa, di breve, per ora, non foss’altro per meditare per conto mio sul problema.

L’inquietudine che circola sul caso di Saluzzo (insegnante che aveva rapporti sessuali, con sue allieve, di cui è ancora da dimostrare l’abuso, ma si vedrà), dimostra che questo è un tema sotto tiro perenne e attentissima sorveglianza, un tema “sensibile”, di cui si capisce poco, tranne forse l’evidenza della sua incoercibilità.

Si continua a ritenere, probabilmente con una certa ipocrisìa, che il desiderio sia un fattore del tutto componibile con le esigenze dell’ordine e della gerarchia. Ma questo è di per sé, con tutta evidenza, profondamente falso. Il desiderio non funziona così, se tale è. Certo, per molti, a un certo punto -saranno i cosiddetti “adulti” di cui parlano con eguale saccente miopìa scientifica i cosiddetti “giornalisti” (gente al soldo della norma, ovviamente) o gli psicoanalisti (pure loro stipendiati dalla norma)-, non è un problema tenere a freno il famoso destriero del Fedro. Usarlo addirittura. Certo.

Ma forse occorrerebbe finirla con questa pantomima. Nel corso di tutta la storia l’esercizio educativo si è accompagnato con il desiderio e anche la sessualità. Non voglio neppure ricapitolare per sommi capi una storia lunga millenni, fin troppo nota, dai rapporti di precettorato antichi, dalle ginnastiche doriche alla formazione ionica, alla copulazione sistematica nei collegi e nelle comunità anche religiose, ben vive e vegete anche ai nostri giorni, fino alla sessualità scatenata di tante scuole e scuolette contemporanee. Il rapporto educativo, se tale, è intriso d’eros, (desiderio e sessualità) appunto, sotto mille forme. Poi lo si può prosciugare e decontaminare, come ha tentato di fare la scuola laica, prosciugando però al tempo stesso ogni traccia di desiderio anche dal rapporto con il sapere (che è inevitabilmente segnato dalla traccia del vissuto di chi ce lo fa conoscere), e allora si ha un sapere distillato (nel senso dell’acqua distillata), insapore, incontaminato e inodore, del tutto privo di vita (come quello che propugnano gli ultimi e più micidiali epigoni della combriccola: i promotori dell’ e-learning).

Si dice, neanche in maniera troppo velata: la colpa è nella seduzione (Veladiano, Repubblica). Occorre contenere la seduzione. E’ un’affermazione che ha dell’incredibile. Non foss’altro che viviamo nell’epoca della seduzione scatenata, quella perniciosissima e priva di corpo della mediocrazia (dei media e del mediocre), che ad ogni angolo ammicca e ci lusinga con le sue profferte sempre stracariche di allusioni sessuali (nei confronti delle quali, beninteso, non c’è nulla da scandalizzarsi: è da sempre che le cose funzionano così: non è sempre stata comunque la bellezza a richiamare la fede/fiducia delle persone?).
Non foss’altro poi che tutti noi insegnanti dobbiamo sempre più lusingare il pupo pena la squalifica da tutte le classifiche di accettabilità delle nostre proposte educative, ben valutate da plotoni di studenti e studentesse vogliosi finalmente di rendere la pariglia a chi da sempre e senza alcuna temperanza ha valutato loro…

Ma la cosa è poi ancora più assurda proprio in tanto e in quanto non è concepibile alcun appello al sapere che non passi attraverso la seduzione. Seduzione, condurre verso, verso di sé, certo, beninteso, anche. Chi affascina, intorno al sapere, non può, in virtù di non si capisce bene quale torsione psicofisica, assentarsi dalla relazione che instaura comunicando la passione verso l’oggetto. Le due cose fanno tutt’uno. Amo la materia e chi me la fa conoscere, perché la amo proprio in virtù del fatto che qualcuno mi ha, con il fascino che emana anzitutto da lui, soggiogato. E’ inscindibile. Dopo di che, certo, non è detto che l’eros debba essere agito.
Nella storia esistono però infiniti rapporti, nati all’insegna dell’ammaestramento, che si sono tramutati in amore anche reale, che non sempre sono apparsi distruttivi, corruttivi o abusanti (almeno da Eracle e Iolao). E del resto chi è in grado di stabilire con certezza quando si tratta di abuso?

I ragazzi sono spesso costretti o indotti persuasivamente ad accusare i loro sventrapapere o i loro iniziatori, se si preferisce un linguaggio più allusivo. Ma chi conosce il teatro profondo dell’educazione sa che le cose raramente sono così chiare e che chi seduce è spesso il sedotto e che questa embricazione è anch’essa, nella maggioranza dei casi, ineliminabile. E non mi si parli di minori e maggiori. I minori, minori certo entro certi limiti ovviamente (non parliamo propriamente di infanti: il loro eros elfico e selvatico presenta ben altra texture e necessita di ben altra elaborazione), maneggiano l’arte poliedrica della seduzione spesso meglio di chi da tempo si è assuefatto al grigiore delle routine e delle sublimazioni (tanto amate dai nostri sordidi asceti: di ciascuno di essi vorrei conoscere il curriculum personale e scoprire dove e quando ha smesso, se ha smesso davvero, di desiderare la seduzione e di essere sedotto o seduttore).

Insomma: occorre dirsi la verità, e poi, a partire dalla verità, e cioè dalla necessità organica del desiderio nell’esperienza vitale e integra dell’educazione, come delle molte altre esperienze autentiche dell’esistenza, cercare di capire cosa può essere ammesso e cosa meno, e soprattutto come. Occorre fare i conti con i corpi, con i desideri, con la bellezza, con il sapere come sapore, profumo, materia seducente e non scarnificata architettura di crisalidi vuote come certi libri e certi presunti sapienti. Occorre saper leggere l’eros nelle sue infinite sfumature, nei modi infiniti con cui può essere diffuso e integrato nell’esperienza educativa anche senza tramutarsi in diretta esperienza sessuale. Ma anche come la sessualità può concorrere a umidificare e animare la scena educativa, nelle molte forme che essa può assumere. I grandi itinerari spirituali conoscono bene l’implicazione sessuale di ogni autentica via di conoscenza. Perché non la debbono conoscere i nostri impresentabili programmatori scolastici?
Quando finalmente il sapere sessuato, e la sessualità stessa, diverranno argomento di condivisione -non dominato dalle preoccupazioni igienico-sanitarie vili e fraudolente di medici e psichiatri assoldati dalla moralina diffusa-, ma proprio di sapere, nel senso pieno del termine, ricco di storia, di immagine, di pratiche, di esercizio?

Probabilmente quando si leveranno dai cabasisi tutti questi moralizzatori da quattro soldi, stipendiati per dire ovvietà del tutto vacue quanto inutili. Quando a fare, insieme, l’esperienza del sapere saranno uomini e donne viventi, sofferti, iniziati all’autentico desiderio di conoscere, che necessita di un magistero che francamente con il guazzabuglio indegno di questa nostra scuola poco ha a che fare! E che finalmente potranno incontrare bambini e ragazzi ancora vivi, nel fiore dei loro anni, pronti a non derubarli del loro diritto ad essere e desiderare e fare e esprimere e sperimentare ma che sapranno corrisponderli davvero, senza paura di nulla.
Del resto parliamoci chiaro. Senza eros -l’ultimo segnale di vita nella rampante macchinizzazione totale (e non certo quella delle macchine desideranti!)-, per noi è davvero finita.

martedì 25 giugno 2013

Non fare



Sempre più il non fare mi pare l’unica via di uscita. Non solo come pratica terapeutica antica mirante a una qualche forma di equilibrio psicospirituale. Quanto soprattutto come reazione, come gesto sovversivo nel tempo dell’affaccendamento totale.

Davanti all’agitazione convulsa che muove gli umani in ogni dove nella più radicale confusione e nell’oblio evidente di un qualche straccio di senso che ne orienti l’agitarsi, sento l’impulso al non fare come la risposta necessaria e ineludibile. Opporre il non fare, l’indifferenza alla domanda di agire, lo stare fermi allo sbattere di farfalle impazzite attorno ad una fonte di luce artificiale che non ha nulla di buono da regalare, se non la morte.

Mentre tutto ci chiede di fare qualcosa, sempre, costantemente, non solo gli attori esterni, ben noti, del nostro assoggettamento ad un agire vano, ma anche il tumultuoso esercito interno dei sostenitori del nostro successo professionale, sociale, commerciale. Il più pericoloso, come è noto, quest’ ultimo, camuffato da nobili voci interiori che ci tempestano rimproverandoci di non fare mai abbastanza, di non riuscire mai a “ottenere” abbastanza, di non essere mai abbastanza “riusciti”, “arrivati”, “compiuti”. Di fronte a questo duplice plotone di gerarchi del nulla, arrembanti fuori e scatenati dentro, più tutto il prossimo che ci incalza con la miseria ossessiva delle infinite preoccupazioni quotidiane, di fronte a tutti questi, con impietosa e algida noncuranza, occorre imparare ad opporre la sovrana negligenza del non fare.

Meravigliosa statura di diserzione che finalmente pacifichi il nostro moto inconsulto, che consenta di pensare ma anche di non pensare e di distillare dalla pazienza dell’attesa un desiderio sufficientemente autentico da essere semplicemente diverso da quelli sovraalimentati dalla corrente ad altissimo voltaggio dell’orgia societaria. Un desiderio che ci faccia trasalire per la sua sorprendente aderenza a qualche traccia di sensibilità davvero radicata nella nostra intimità, sempre che sia da qualche parte sopravvissuta. Ebbene qualcosa del genere non può che nascere dall’assoluta interdizione al fare, a quel fare del tutto eterocondotto anche quando lo si ritenga al servizio della nostra affermazione, e che proprio allora semmai riconosciamo nella sua falsità fatalmente perversa.

Nessun bene, nessun successo, nessuna posta in gioco, solo l’ascolto affinato del desiderio ultimo, ormai quasi inattingibile, che giace da qualche parte in un sottosuolo non più frequentato della nostra vita.

Ai superiori gerarchici che ci scrutano attendendosi qualcosa da noi, ai colleghi, che ci sollecitano alla corsa, alla competizione, o che ci sgambettano e ci ostacolano dando però l’esempio di quanto ci si debba mobilitare per apparire vivi e attivi, ai parenti, alle compagne e ai compagni che ci vogliono in azione, di solito un’azione che serva le loro fantasie o i loro bisogni, a tutto l’esercito dei nostri minacciosi portavoce superegoici, a tutti i luogotenenti del corpo al lavoro e sotto il giogo della fatica, occorre contrapporre il serafico ma splendido atto del non fare.

Atto per sottrazione, atto di purificazione, atto di scomparsa, di assentamento. Atto inetto, inadeguato e inatteso. L’atto più difficile per noi dipendenti dall’affaccendamento, ma tanto più soddisfacente quando lentamente si afferma come avvento del meraviglioso, avvento, nel panorama bonificato finalmente dai flussi frenetici del nulla, di uno o due gesti davvero voluti, di una o due azioni quintessenziate carpite al fondo invisibile nel quale erano rimaste confinate e soffocate dal turbinante divenire del nostro autodafé.

martedì 10 luglio 2012

La "Legge della parola" lacaniana e la scuola


Faccio riferimento a un articolo (che vale però come paradigma di tutta una serie di interventi analoghi) di Massimo Recalcati sul Corriere del 2 giugno scorso, intitolato “Elogio della classe media, Così la scuola dell’obbligo fa scoprire il mondo”. Qui lo psicoanalista lacaniano, ormai noto per aver tributato tutti gli onori possibili alla funzione della Lex (dura sed lex) come ostetrica del desiderio, ha dato davvero il meglio di sé. E rivela definitivamente quell’ottica ormai imprevedibilmente conformativa cui il suo pensiero, come quello di diversi altri lacaniani, è ormai incline a votarsi. In breve, dopo essersi apotropaicamente lamentato della scuola autoritaria e disciplinare che lui ha frequentato ai suoi tempi (anni ’60), traumatizzandolo con una bocciatura, e della giusta rottura con essa determinatasi nel ’68, inizia la consueta e ormai ben nota litanìa intorno agli errori/orrori della contestazione (aver respinto in blocco la scuola invece di riconoscerne la funzione “formativa” di limite e contenitore, di iniziazione e di mescolamento sociale, (come se non esistessero altre forme possibili di iniziazione e mescolamento) e soprattutto intorno ad una generazione di giovani, quella attuale, soffocata e devastata dal mesto succedersi di ingiunzione al consumo - godimento- mortificazione del desiderio e quindi dal destino fatale e disumanizzante dell’ “iperedonismo”, parola sua. Al contrario, grazie all’obbligo scolastico, si accede, secondo Recalcati, alla statura di un desiderio autentico, attivo, padrone della parola che sola può consentire di raggiungere la “realizzazione” dei propri oggetti. Qualche gemma da questo impareggiabile articolo: “L’obbligo della scolarizzazione impone un trauma benefico e necessario. Questo trauma è innanzitutto il trauma della de-maternalizzazione della lingua”. Già questo passaggio sarebbe degno di una protratta analisi. Fa il paio con quanto psicologi di cotal schiatta sostenevano tempo fa a proposito del beneficio procurato dal servizio militare, prima di tutto in quanto permetteva a giovani che appartenessero a culture locali di svezzarsi conoscendo la differenza delle altre culture. Ma soprattutto, lì come qui, sottolineando il valore potentemente iniziatico di quella tortura: l’iniziazione era garantita proprio dal fatto che essa si svolgesse nella durezza della caserma, autentico luogo educativo segnato dal codice affettivo “paterno” (se si fosse svolto in un soggiorno interculturale, per dirne una, sicuramente sarebbe stato già troppo “maternalizzato”…). Recalcati, come sappiamo e non si stanca mai di ripetere, è uno psicoanalista lacaniano, quindi per lui è la Legge della parola, non a caso scritta con la maiuscola, la Legge proprio, quella divina, quella del Padre, del “Nome-del Padre” tutto maiuscolo, il significante della separazione dal godimento incestuoso con la madre, è quella Legge della parola quella che permette di accedere al desiderio “proprio”, e di non recitare quello invece inoculato dalla diade acefala madre-bambino. Dunque non basta frequentare qualsiasi altra parola, deve proprio essere una parola dura, quella dell’obbligo, quella dell’insensatezza sublime (e sublimante) di un luogo come quello scolastico, a determinare l’iniziazione autentica. E infatti la scuola deve produrre il vuoto, non proprio un vuoto zen ma il vuoto della “sconnessione” dall’adesione all’oggetto prodotta invece dall’ingiunzione (materna) al godimento fine a sé stesso. Ma sentiamo le parole melodiose di Recalcati: “La resistenza della Scuola (-anche qui scritto con la maiuscola, è sempre la maiuscola del Nome-del Padre (ndr)-) consiste oggi nel sostenere il valore traumatico della Legge della parola, in un’epoca dove il solo obbligo che sembra esistere è quello per il godimento fine a sé stesso”. Esemplare, incontrovertibile. E ancora: “L’obbligo della Scuola è benefico perché si sostiene su una promessa di fondo. E’ la promessa che esiste un godimento più forte, più potente, più grande di quello promesso dal consumo immediato e dalla dipendenza dall’oggetto. Questo altro godimento si può raggiungere solo per la via della parola: è godimento della lettura, della scrittura, della cultura, dell’azione collettiva, del lavoro, dell’amore, dell’erotismo, dell’incontro”. Senza questa legge, c’è solo la disumanizzazione. Disumanizzazione che, a giudizio dell’autore (come di altri che oggi impazzano nella grande stampa, da Perniola a Magrelli e compagnia cantando), è peraltro stata promossa dal ’68 e, per non far mancare nulla alle prese di distanza dalle rivolte “puberali”, come le definisce ineffabilmente, anche dalle contestazioni del 77. (Qui si aprirebbe una lunga questione che riguarda più in generale le categorie economiche che presiedono alle trasformazioni dei comportamenti individuali e che Recalcati, come la maggior parte degli psicoanalisti, si rifiuta di assumere, preferendo di gran lunga sostenere che i destini sono plasmati dalle disavventure affettive. Su questo, che richiederebbe un approfondimento notevole, soprassiedo qui, rilevando tuttavia che sia nel ’68 che nel ’77, la considerazione delle variabili economiche e materiali era ben presente…) Con gli psicoanalisti ci si imbatte, a prenderla sul serio, con una logica davvero stringente. Da una parte il godimento incestuoso, per di più prescritto dal mondo cattivo del mercato (matri-arcato in verità), con le sue lusinghe per la tecnologia dissipativa, per le droghe, per l’autodistruzione. Da una parte insomma, per restare nelle metafore psicoanalitiche, perseverare diabolicamente a godere nel letto con la mamma. Dall’altra il pieno dispiegamento del proprio potenziale, in virtù dell’assunzione plenaria dell’atto di parola, di un desiderio proprio che apre scenari emancipatori in vista della realizzazione di sé, dalla parte del padre (per quanto “evaporato”, come si sa, e rinvenibile solo simbolicamente negli “obblighi”). In mezzo? Un piccolo trauma, il trauma sacrosanto, benefico e addirittura “resistenziale” (come abbiamo sentito) della scuola. C’è di che restare sbalorditi. Davvero l’obbligo fa questo, l’obbligo scolastico, anche quello della scuola media? Accidenti, eppure non è che sia stato tolto. E’ stato forse tolto di mezzo? E’ stato forse posto in discussione recentemente? Se è successo, mi è sfuggito. Come mai tuttavia, in piena presenza e operatività di questo sacrosanto obbligo, la legge del godimento coatto impera e travolge i destini di tutti coloro, generazione di Recalcati compresa, che pur vi sono inesorabilmente incappati? Noi tutti ci siam passati. I bambini e gli adolescenti di oggi ci continuano a passare. Eppure non paiono meno travolti, posto che ciò sia vero, dal godimento prescrittivo e obbligatorio. Come mai? Forse che non basta l’obbligo ma occorre anche la frusta, oppure magari i ceci sotto le ginocchia, forse c’è un’inadempienza nel dispositivo, nella efficacia dell’azione scolastica se, nonostante l’obbligo, tanti ragazzi piombano nelle droghe, nel feticismo tecnologico o, peggio, in quello che alcuni sociologi chiamano i fenomeni di hotaku e hikikimori (dipendenza assoluta da consumi virtuali e simili fenomeni di pura dissipazione maternalistica…)? Tra i pochi a non aver conosciuto l’obbligo scolastico ci sono per contro i nostri nonni, quelli cui di solito ci si riferisce proprio per esemplificare una generazione che certo non confidava nella lusinga del godimento coatto, essendo invece sottoposti, da sempre, all’autoritarismo ovunque, a cominciare proprio dalla famiglia. Loro non godevano mai in effetti. Forse perché non arrivavano mai alla Legge della parola? Oppure perché ci arrivavano troppo presto? Si può ricamare a lungo sulla paradossalità di questa polemica in absentia, in assenza cioè del suo referente polemico. In effetti, già è difficile seguire autorevoli psicoanalisti quando se la prendono con le famiglie “affettive”, che sembrano essere le grandi responsabili della produzione di ragazzi vulnerabili, narcisisti, avviticchiati alla legge del tutto e subito. Ma arrivare a scorgere nell’obbligo scolastico il potente antisettico dell’iperedonismo mi pare davvero sconcertante. Specie per il fatto che non appare, a tutti gli effetti, così. L’obbligo c’è, eppure l’iperedonismo impazza, almeno a leggere le cronache sociologiche e giornalistiche. E dunque? Sia chiaro. Si può concordare, seppure con un gergo forse un filo meno ristretto (padri e madri, per quanto sontuosamente ricamati dalla retorica lacaniana, appaiono riferimenti simbolici un po’ ristretti per rendere conto di ciò che è il tessuto sociale, da sempre ma tanto più da quando la vita psichica è plasmata prepotentemente da una pluralità polimorfa di mezzi di comunicazione-formazione assolutamente pervasivi), sull’idea che aderire passivamente e beatamente agli oggetti di consumo indefinitamente produca qualche danno. Si può anche concordare, anzi concordo pienamente, con l’idea che l’accesso alla cultura, qualcosa di più complesso, per quanto mi riguarda, dell’unilaterale evocazione della Legge della parola, per quanto assunta in tutta la sua ingombrante genealogia mistico-filosofica (e sempre evidentemente sul punto di rivelarsi la parola della Legge), sia un passo che articola nel senso della ricchezza e della profondità la vita di chiunque. Ma trovo imbarazzante, ingiusto, clamorosamente ideologico che una diagnosi così schematica e supponente del mondo scolastico diventi moneta comune nel dibattito contemporaneo sull’educazione (plaudita, manco a dirlo, tanto a destra quanto a manca). Come spesso accade, gli psicoanalisti, e non solo Recalcati, hanno un’idea del tutto simbolica della scuola, non si rendono conto di quanto miserabile, antiquata, del tutto disfunzionale sia quella vecchia istituzione. Quanto il permanere tra quelle mura in funzione di una positiva appropriazione del proprio destino e del proprio desiderio sia una pia illusione (quando non una marchiana mistificazione). L’obbligo scolastico può essere giusto ma diventa davvero giusto solo se quello che accade nella scuola ha veramente un senso, non se è un puro essere deportati dentro a contenitori che mortificano le menti, i cuori e i corpi di chi li sopporta per lunghi anni. Ciò che gli psicoanalisti come Recalcati non vogliono vedere, accecati come sono dai loro schematismi clinici, è che non è l’obbligo formale a produrre i risultati che loro invocano, non è semplicemente l’atto della separazione dalle famiglie, ma un’esperienza sensata, ricca, plenaria di educazione, certo a contatto con altri, ma non in contenitori dove il più delle volte si sosta in uno stato di necrosi psicoaffettiva. Che sia un’esperienza, non solo un rito per giunta svuotato di ogni positiva possibilità di immedesimazione da parte di chi lo patisce. Recalcati non è affatto interessato a ciò che accade nella scuola. Non gli dedica neppure una riga di analisi. A lui basta che esista. Che ci sia il luogo scolastico, anzi il suo “obbligo”. Che infatti, non a caso, in maniera del tutto “formale”, deve produrre un vuoto, il vuoto che spenga l’adesione cieca all’oggetto per aprire l’interruttore del desiderio autentico. Ma credo, per confutare una tale presunta verità, che sia sufficiente vedere il risultato. Forse che questo obbligo riesce a produrre davvero quella “Legge della parola” capace di incamminare virtuosamente l’esercito (noi tutti) di coloro che lo subiscono verso un destino luminoso di autentica umanizzazione, bonificata dalla seduzione dei desideri inumani, delle droghe, della tecnologia debosciante, del tutto e subito? (Sempre supposto che questa analisi del godimento forsennato non sia essa stessa un’altra mistificazione. Ma questa è (forse) un’altra storia…)