la gaia educazione

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giovedì 11 aprile 2013

Il brand sempreverde di Edipo



Avere degli schemi, più o meno essenziali, ma ferrei e radicati nella tradizione, è di grande conforto per chi li usa. E inoltre blandisce e rassicura, generando un sicuro successo. Gli schemi piacciono, specie quando confermano le semplificazioni, o quando possiedono un’intrinseca normatività. Oggi le opinioni prevalenti sono quasi sempre quelle che si avvalgono e si fondano su schemi ormai acquisiti, anche quando questi sono ampiamente superati o perlomeno contestati, confutati, criticati.

La prevedibilità delle opinioni dominanti, sapientemente amministrate da una piccola comunità di sedicenti esperti, spesso ormai arruolati nelle vesti appunto di opinionisti, è al limite dell’insostenibile. Eppure la norma che consente ad un’opinione, oppure anche di un parere effettivamente esperto, di candidarsi a posizioni di diffusione preminenti, è proprio quella che impone di mostrare il suo radicamento in schemi riconoscibili, meglio se ampiamente riconosciuti, nonostante talora ampiamente in decadenza. Per quanto mi riguarda, occupandomi di tematiche legate all’educazione, non finisco mai di stupirmi nel leggere articoli o nell’ascoltare interviste o rubriche, come oggi si definiscono, a cura di riconosciuti esperti, che ripetono come un mantra letture di fenomeni innervate dallo stesso vetusto bagaglio di categorie della cui fondatezza, anche solo storica, vi sono ottime ragioni perlomeno di dubitare.

Ma tutto questo non stupisce affatto. E’ una legge, una legge del potere, dei poteri, che si appoggiano sempre sulle letture facili, leggibili, e soprattutto rassicuranti. Si prenda per esempio la proliferazione di articoli, interviste televisive, rubriche che hanno ad oggetto i comportamenti giovanili. Qui oscilliamo spaventosamente tra letture puramente corrive, che attaccano la nuova ignoranza, il nuovo analfabetismo, la nuova violenza e così via (che di solito si appoggiano su rilievi statistici così riduttivi e capziosi da sfiorare la comicità: il 50% degli intervistati non conosce il significato della parola “usbergo” o cose del genere) a letture più colte e ampollose, sature di metafore e espressioni tecniche, che tuttavia confermano le medesime diagnosi, solo appoggiandosi su schemi sicuri. Sotto questo profilo, per esempio, mai come in questo periodo, è adoperato con sicuro effetto lo schema del complesso d’Edipo come grimaldello per sentenziare più o meno a morte sulla nuova gioventù. Dopo che per molti anni la psicoanalisi è stata piuttosto malvista nel mondo dell’opinione diffusa, oggi che è diventata una teoria normativa come un’altra, ecco che improvvisamente l’Edipo troneggia sui giornali anche più classicamente conservatori. E, si badi bene, non è un caso. Perché quando l’Edipo, -ormai un vero e proprio brand- che notoriamente ribadisce la necessità di figure genitoriali riconoscibili, di codici normativi cui sottostare, di castrazioni salvifiche e purtroppo non più somministrate con sufficiente tempismo, viene evocato, è tutta un’ideologia sociale molto precisa che viene implicitamente confermata. Un’ideologia sociale che rassicura molto chi non gradisce lo sfaldarsi dell’autorità, della famiglia, dei confini tra ruoli e generazioni, il nomadismo sessuale e così via.

Allo stesso modo le diagnosi che, sempre sullo stesso terreno, enfatizzano, sempre in ragione delle frane edipiche, l’affermarsi di soggetti narcisisti, fragili, incapaci di elaborare i fallimenti e che dunque implicitamente reclamano il ritorno a una normatività più decisa, ad una maggiore sorveglianza verso la nefasta deriva che conduce a scegliere il godimento anziché la fatica, è chiaro che tutto ciò non può che riempire di gioia chi si augura di poter amministrare soggetti più consapevoli del limite, del dovere, del sacrificio necessario a quella conformazione sociale cui non si sfugge, secondo tali profeti, senza pagare gravissimi prezzi.


Come dire: vecchi schemi e vecchie intramontabili politiche. Eppure sono decenni che si sono affermate, nei più diversi contesti disciplinari, dalla psicologia alla filosofia, alla sociologia all’antropologia, letture molto meno prescrittive intorno alla famiglia e al rapporto con il sapere, sia sul fronte della contestazione dell’alone appunto ideologico e deterministico dell’impostazione edipica, sia sul fronte di forme di vita del tutto irriducibili a tali formule e schemi. Letture che non assumono le nuove libertà dei soggetti e dei loro processi di soggettivazione sotto i paradigmi che hanno consentito di riconoscere i processi di antropogenesi europei dei secoli passati, ma che sono aperti al riconoscimento positivo di ipotesi di costruzione sociale che provengono da quella che, sotto gli occhi di tutti, è diventata una società plurale, in via di ampia contaminazione etnica, culturale, sessuale.

Curiosamente sui quotidiani e nelle grandi arene televisive capita molto di rado di ascoltare letture di marca antiedipica, o decostruzionista, o etnopsichiatrica, o queer sui destini della famiglia, della castrazione, del desiderio. A parlare, in un sol epico e marziale coro, sono gli scrittori-insegnanti incollati alle mitologie di una scuola e di un’adolescenza (peraltro solo nella loro privata autobiografia), tutta libri e belle lettere, politicamente attrezzata e serafica nell’olocausto dei propri godimenti a pro di carriere folgoranti, oppure gli psicoanalisti convertiti definitivamente alla norma, che pilotano l’Edipo come una macchina da guerra all’incontrario.

Di fronte al loro parere inconfutabile, siamo costretti, sono costretto, a continuamente veder esecrata una gioventù che, personalmente, trovo molto meglio della mia, molto più informata, libera, meno dipendente, meno inibita, meno ideologica, una generazione che, anche grazie a cellulari e social network, scrive, scrive moltissimo e non solo poesie o diari lacrimosi e disperati, e che forse ci regalerà un mondo, me lo auguro, che ridimensioni definitivamente la famiglia come la conosciamo, e con essa una scuola che ha ancora gli stessi muri dei manicomi e delle carceri e che arranca da sempre a costruire interesse intorno alla cultura. Per rimpiazzarle, mi auguro, con altre forme societarie e con luoghi dell’imparare finalmente scelti, consapevolmente, in cui ciò che si fa sia desiderabile, partecipabile, alla lunga in grado di suscitare non odio ma amore, amore per il sapere e per l’emancipazione che da un'autentica conoscenza diffusa può derivare. Oltre gli schemi vetusti e il moralismo e il normativismo che cola dai nostri media asserviti, con i suoi testimoni -pochi, cattivi e privilegiati-, come pece bollente.

martedì 5 marzo 2013

Genitori permissivi e insegnanti perseguitati?


I genitori difendono i loro figli, talora in modo eccessivo, contro gli insegnanti, prendendo per buono ciò che i figli raccontano loro di quello che accade a scuola. E’ un fatto certamente nuovo e rivoluzionario, con il quale, piuttosto che promuovere campagne di mobilitazione collettiva e paranoide, occorrerebbe fare seriamente i conti. E’ un fatto: le famiglie, in larga parte, sono cambiate. Merito o demerito di un’atmosfera sociale molto diversa, di una “società educante” allargata, di una cultura psicologica più diffusa, di un codice materno che sta lentamente soppiantando quello patriarcale.
Ora, sembra che ciò sconvolga molto chi ha sempre creduto che scuola e famiglia dovessero stringere un patto di solidarietà contro i ragazzi, un patto disciplinare e normativo, quello che ha dominato per anni e in virtù del quale i ragazzi cercavano di tenere nascoste eventuali “monellerie” compiute a scuola o giudizi negativi degli insegnanti. Quel patto che spesso raddoppiava le umiliazioni patite a scuola con quelle patite a casa. Dove il cattivo voto diventava punizione (spesso fisica) in famiglia. Un mondo che riteneva i ragazzi alla mercé del mondo adulto, che poteva disporne a piacimento, essendo inteso che i ragazzi non avevano titolo ad esercitare alcuna decisione in proprio (almeno fino alla maggiore età) e che tutto ciò che veniva fatto, veniva fatto sempre per il loro bene. Sappiamo come funzionava tutto ciò. Si trattava di un sistema repressivo, violento, che forse (e sottolineo il forse) conseguiva alcuni obiettivi formativi per altro assai discutibili (una certa disponibilità al’obbedienza, alla dipendenza e alla sottomissione) ma indubbiamente favoriva nevrosi e complessi di ogni genere. Oggi le famiglie, in larga misura, sono cambiate. Abbiamo assistito al germoglio della famiglia “affettiva”, che vezzeggia i suoi virgulti, li ascolta, li difende, li assolve persino.
A prima vista non mi pare tanto male, se è così. Credo che una famiglia del genere non sia da considerarsi poi tanto strana se tenda a prendere le difese di un figlio che si lamenta di essere stato maltrattato da un adulto in altra sede, sia esso insegnante, prete o allenatore (ricordiamoci che molti ragazzi e ragazze per anni e per secoli non hanno avuto il coraggio di denunciare gli abusi di cui sono stati vittime, in famiglia o al di fuori di essa, anche in virtù di un atteggiamento di sottomissione e di mancanza di interlocutori adulti validi). Certo questo può produrre qualche inconveniente: i ragazzi che non amano un adulto possono calunniarlo o farlo perseguitare per sciocchezze. Ma questo è un dato ormai ineliminabile e che, a mio giudizio, dovrebbe indurre la scuola e gli insegnanti alla massima accortezza riguardo ai loro metodi normativi. Essi non vanno più di moda, quali che siano. Occorre che ogni sanzione sia sempre ben giustificata e giustificata in primis ai ragazzi stessi, che ormai hanno imparato a difendersi e anche a offendere, facendo leva sulla protezione che i genitori di oggi sono disposti a fornire loro. E’ finita l’epoca in cui l’insegnante e il genitore impugnavano insieme la bacchetta e la cinghia per raddrizzare le schiene poco docili. Oggi i sistemi punitivi sono caduti in grande discredito. E di ciò ritengo che non ci si dovrebbe lamentare, essendo stati, specie nei confronti di bambini e ragazzi, una vera e propria piaga, che ha fatto e deve continuare a fare scandalo. Non c’è alcun bisogno di punire. C’è bisogno di accordarsi, di spiegare, di negoziare, con il linguaggio e le forme adeguate alla comprensione di bambini e ragazzi.
Sequestare un cellulare può sembrare un fatto ovvio. Ma è davvero così? Perché occorre sequestrare un cellulare? Il vero problema non sarà che spesso gli insegnanti non riescono a suscitare l’interesse necessario a rendere non necessariamente preferibile distrarsi con il cellulare? Mi rendo conto che non sia facile ma indubbiamente oggi il problema è questo. Stare a scuola non è più un fatto così pacificamente accettato. Né dagli allievi né dai genitori. Occorre che la scuola conquisti una sua autorevolezza fondata sui fatti, non sulla disciplina. E che impari a persuadere i suoi allievi, obbligati a frequentarla, e sottolineo obbligati, che vale la pena essere lì. Che vale la pena persino spegnere o silenziare il proprio cellulare.
Mi pare onesto. Se io dovessi essere obbligato a trascorrere ore e ore in un luogo tutt’altro che attraente, in compagnia di adulti spesso tutt’altro che interessanti, a fare cose che reputo tutt’altro che di mio gusto, dubito che sarei contento se mi sequestrassero una finestra sul mondo come può essere considerato il cellulare o simili. Credo che occorra finirla con una cultura che ha dato per scontate molte cose, anche che essere a scuola sia un fatto di per sé educativo in quanto obbligatorio o in quanto normato da un sistema disciplinare spesso violento e incurante della sensibilità di bambini e ragazzi. E’ una cultura di cui occorrerebbe vergognarsi più che avvertire la nostalgia.
Forse oggi i genitori, anche per compensare alle loro manchevolezze, alla loro mancanza di tempo, alla loro distrazione, sentono la necessità di riconquistare l’amore dei figli anche con un eccesso di protezione. Può darsi, come può darsi che questo indebolisca i ragazzi e li renda più fragili. Queste spiegazioni, queste diagnosi non mi convincono fino in fondo. I ragazzi di un tempo erano spesso molto vili, molto dipendenti, molto incapaci di farsi valere di fronte all’autorità. Oggi essi non amano farsi mortificare e hanno imparato a reagire. Credo sia un buon segno. Un segno di cui forse, molto presto, ci si accorgerà anche in altri contesti sociali e politici. E’ colpa della famiglia affettiva, della società permissiva, della caduta dei “valori”, quelli dell’obbedienza, della norma e del dovere? Beh, se è così ben venga. Ben venga la fine di un sistema di oppressione di cui ritengo che la gran parte dei bambini e dei ragazzi di questo mondo abbiano il diritto di essere definitivamente esonerati.
Questo non significa assolverli sempre e comunque ma, come per gli adulti, ritenerli persone con pieni diritti, con i quali ogni gesto, ogni imposizione, ogni richiesta deve essere spiegati, legittimati, concordati. Altro che scuola della frustrazione, del sacrificio e della sanzione!

venerdì 8 febbraio 2013

Non c'è più via di fuga


Le fughe dei ragazzi scuotono il benpensiero. Nulla di nuovo, da questo punto di vista, solo, talora, nuove parole. Gli psicologi, al solito, arroccano sulla famiglia, unico riferimento nella loro mappa societaria. Se i giovani scappano di casa sarà per trarre riconoscimento, per dire ai genitori che ci sono, che esigono più attenzione. Tutt’al più forse, la fuga, sarà un grimaldello per estorcere più paghetta, più tempo su internet, l’ultimo gadget. La litanìa sulla gioventù appesa al nulla e alle mamme è sempre sulla bocca dei nostri curatori di fallimenti. E sarà pur vero, in qualche caso. Qualche filosofo della letteratura parla di presenza che si propone con l’assenza. E certo assentandosi ci si presentifica, come in amore. Ma forse non è necessario scomodare l’ontologia dell’assenza né lo tzim-tzum (la teologia cabalistica del dio che scompare per manifestarsi). La fuga è un archetipo della giovinezza, una necessità e un’iniziazione di cui molti hanno avvertito il richiamo, chi prima e chi dopo. A cambiare, di fronte alla trasgressione (del confine) è semmai la retorica della recuperazione, per usare un termine un po’ démodé. Ma anche la realtà della fuga, una fuga che si consuma nel mondo della simulazione. Io credo che i ragazzi si sentano alle strette, di tanto in tanto, nella prigione dorata (oggi dorata dal nuovo sussiego genitoriale, la famiglia affettiva e sempreaddosso), nel tessuto compatto della securizzazione. La voglia di lacerare quella materia invisibile, fatta di prevenzione, rischiaramento a colpi di sincerità e di trasparenza, di controllo e sorveglianza, proprio nel tempo della sua massima applicazione, potrebbe essere una risposta all’ansia di scappare. Voglia di esporsi ad un aperto, ad un fuori, ad uno spessore del reale contro il quale urtare nella nudità della propria pelle. Voglia di rinunciare alle dieci telefonate obbligatorie alla famiglia, al rendiconto, al balletto del vogliamoci bene. Peccato che il fuori sia scomparso, nel frattempo. Dove puoi cercare into the wild oggi? Non c’è cargo o treno che parta per paesi lontani e diversi né la compagnia di saltimbanchi nomadi o di fuorilegge di cui sperimentare l’eccesso e la seduzione. Tutto è uguale a tutto, là fuori. Forse è questo il motivo della brevità di queste fughe. Fuori c’è il dentro, e viceversa. Tutto è attenuato, indebolito, comunque sorvegliato. Come fuggire nel paese delle telecamere di servizio, della localizzazione tramite cellulare, dell’uniformazione compiuta e della delazione obbligatoria? Il mondo è una grande famiglia… Ogni sporgenza è stata smussata e fagocitata. Come nel Truman Show anche il fuggitivo contemporaneo corre verso un orizzonte che non c’è, a rischio di trovare la porta che lo farà cadere nel puro vuoto. Ma ben pochi arrivano fino a lì, a schiudere l’asola che si apre sopra l’oltre o, talvolta, l’inferno. Per spingersi fino a lì, occorre non solo il senso dell’avventura ma una disperazione insostenibile che il calore simulato del sistema di protezione e di manipolazione famiglia-scuola-consumo non permette che si manifesti davvero. Le fughe si arrestano prima, picchiando contro il muro di gomma delle infinite equivalenze, di un altrove dato per disperso, definitivamente. In barba a chi si beffava di Marcuse, oggi il mondo ad una dimensione è una realtà assoluta. Chi fugge sa cosa trova: il medesimo. Certo a volte una lacerazione nelle maglie compatte della recuperazione aprono a qualche abisso o a qualche inspiegabile ulteriorità: è il caso di quelli che non tornano più. Forse preda dell’orco, il sottosuolo “reale” dell’orrore e della sopraffazione. Oppure finalmente in viaggio verso il non dove, il luogo utopico di un’altra vita (im)possibile. Ma il più delle volte la fuga è un giro su se stessi, un turno sulla giostra del sempre eguale ed è un giro breve perché comunque il cane da guardia è molto più attrezzato di un tempo. E spesso alloggia dentro, inoculato dall’educastrazione. I giovani desiderano evadere, toccare il corpo del mondo, godere il loro ike notturno nei boschi ma impattano nel grigio compatto della cementificazione cui tutti siamo sottoposti, la cementificazione dei sogni e del futuro. E dove non cattura la polizia, c’è la psicoterapia pronta ad accoglierci nell’ultima simulazione. E’ l’anello di Moebius, ti sembrava due ma è uno, sempre lo stesso, che abbia il volto del genitore o del maestro, del prete, del poliziotto o del terapeuta. Non ci si allarmi troppo dunque. I ragazzi non si rassegnano, è vero, perlomeno alcuni tra essi, ma i loro sensori sono veloci e presto, per forza di cose, rieccoli a casa.