la gaia educazione

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martedì 13 febbraio 2018

Dichiarazione di voto




Dopo lunga riflessione ho deciso che voterò la formazione politica che più sentirò avvicinarsi alla visione del futuro che vorrei e che riassumerei in questi punti, certo non esaustivi ma comunque fondamentali per ritornare a credere in un mondo vivibile:

- Abbattere il feticismo della crescita: è del tutto evidente che non è più possibile crescere economicamente se non comprimendo ancor più il nostro spazio vitale, inducendo in noi ancor più bisogni deliranti e esproprianti il minimo di contatto umano, animale e naturale che ci è necessario e senza saccheggiare ancor più terre e popoli che di certo andrebbero invece assolutamente protetti e liberati. Credo assolutamente necessario che nel futuro si debbano ridurre significativamente l’infinità di idiozie, di merci, di tecnologie che ci separano ogni giorno di più, che atrofizzano la nostra sensibilità e che distruggono i nostri gesti umani. Occorre che quallcuno ci imponga un drastico ridimensionamento del corteo interminabile di falsi comfort da cui siamo circondati e annichiliti;

- Abbattere l’altrettanto infausto feticismo del lavoro: mi rifarei alle eccellenti riflessioni di André Gorz ma anche di autori più recenti per rivendicare il diritto al non lavoro, alla riduzione del lavoro e, al contempo, al dovere minimo di tutto a contribuire al lavoro socialmente necessario (i lavori solitamente disprezzati e riservati a chi non ha altri mezzi di sostentamento: dalla gestione dei rifiuti ai servizi sociali per chi vive in condizione di svantaggio, ai lavori più duri e sottopagati). All’idolatria odiosa del lavoro (da sempre alienato) voglio che si sostituisca la rivendicazione del tempo e dei mezzi per l’espressione creativa, costruttiva e passionale di ciascuno e di tutti;

- Inaugurare una politica radicale di redistribuzione della ricchezza a tutti i livelli della vita sociale ed economica attraverso una lotta all’evasione fiscale senza quartiere, così come alla criminalità organizzata e al lavoro nero ma anche attraverso una tassazione precisa e adeguata nei confronti di ogni forma di guadagno estremo come di ogni povertà estrema, riconducendo l’oscillazione degli stipendi entro limiti normati e proporzionati;

- Per cominciare anche solo a pensare a tutto ciò credo non sia possibile non slegarsi, in modi e tempi accettabili, dall’Unione europea e dalla Nato, organizzazioni che perpetuano la nostra dipendenza dalle leggi del mercato capitalista globale e dalle sue insopportabili iniquità;

- Accelerare una politica dell’educazione che rovesci la logica mercantile cui è oggi fondamentalmente collegata per inaugurare un’educazione all’insegna dell’attrazione appassionata per ciò che si impara, dell’educazione diffusa come liberazione dal sequestro scolastico e dalla cooperazione più vasta possibile tra tutte le generazioni e tutti i soggetti finalmente aventi titolo di comparire sulla scena della vita sociale, minori non esclusi, nonché dall’impegno verso un’educazione che restituisca la giusta importanza al corpo e ai saperi simbolici;

- Indebolire progressivamente la dipendenza coatta e sempre più capillare dalle nuove tecnologie, che stanno impoverendo mortalmente la nostra vita sociale, sensibile e affettiva nonché le nostre abilità fisiche, essendo ormai impotenti senza l’ausilio di protesi tecnologiche sempre più inutili e mortiificanti;

- Affrontare l’emergenza ecologica, ahinoi, globale, in maniera prioritaria e determinata, attraverso politiche complesse che restituiscano equilibrio tra i soggetti umani, la natura e gli animali, rispondano alle emergenze dei territori e delle fonti d’acqua, riducano progressivamente, anche attraverso la diminuzione di tecnologia inutile e tossica, le necessità energetiche;

- Restituire al tempo la sua dignità attraverso politiche di riduzione della velocità della vita sociale, della frenesia e dello sfruttamento di esso attraverso la continua competizione al potere e al successo, da ridimensionare riducendo il potere dei media, abbassando le prebende per i ruoli di potere e incentivando la convivialità, il tempo liberato e l’attività volontaria o pagata attraverso le banche del tempo, le monete non votate alla speculazione o altri risarcimenti di natura affettiva o sociale;

- Incrementare le festività e i tempi di recupero e piacere, liberandosi dal giogo delle festività religiose per dare importanza a momenti di celebrazione del riposo, dei piaceri, della cooperazione, della gentilezza, della cura, affermando il nostro esserci sulla terra laicamente e all’indirizzo di tutto ciò che può restituirci la voglia di abitare la terra e non di essere gli schiavi di alcun sistema di potere;

- Affermare l’eguaglianza di diritto tra uomini e donne all’insegna di una visione complementare del maschile e del femminile, aperta a tutte le ibridazioni ma anche dedita a fondare un’autentica alleanza e non una lotta a coltello tra i buoni e i cattivi;

- Affermare il diritto all’eutanasia, alla libertà di cura (e dunque anche di vaccinazione), e all’espressione della propria singolarità culturale, etnica o religiosa;

- Accogliere le differenze come possibilità di espansione e arricchimento, e dunque apprestare politiche riguardo ai flussi migratori fortemente ispirate all’autentica integrazione nella differenza e all’aiuto e ospitalità per tutti coloro che lo richiedano. Sottolineando il valore primario dell’ospitalità sempre e comunque, a prescindere da ogni giudizio di merito per coloro che si trovano in stato di necessità;

- Liberare dal giogo delle diagnosi forzate, dalle politiche di prevenzione totalitarie e al servizio di profitti economici e dai farmaci sempre più inutili che prosciugano le nostre difese e la nostra capacità di convivere anche con il dolore, l’oscurità e la morte;

- Sottrarre dall’obbligo della redditività le opere d’arte, la letteratura, il cinema, tutte le forme di espressione simbolica che danno senso al nostro essere nel mondo, tutelando tuttavia attraverso criteri di discernimento sufficientemente fondati intrinsecamente (con tutte le oscillazioni che tali criteri non possono che comportare) la loro selezione e il loro eventuale finanziamento; rifondare i media pubblici all’insegna del servizio, della cultura e della democrazia;

- Sottoporre la classe politica ad un continuo monitoraggio, in termini di credibilità, efficacia e onestà, da parte di commissioni composte da autorità legittimate sul piano etico e di competenza, nonché dal giudizio il più possibile frequente dei cittadini;

- Ridurre il più possibile le forze militari e stabilire l’obbligo di sei mesi-un anno di servizio sociale per le giovani e i giovani entro il venticinquesimo anno di età.

Molte altre cose sarebbe necessario indicare, riguardo per esempio all'economia, alle banche, ai nuovi settori del lavoro e del volontariato e a tanto altro ma credo di aver disegnato alcuni tratti per me fondamentali di un paese riconsegnato alla vivibilità, alla partecipazione e alla giustizia.

Non ho ancora deciso per chi voterò ma i miei criteri selezioneranno le proposte che provano a muoversi in questa direzione.

domenica 14 luglio 2013

Piccolo elogio dei piaceri



Non si tratta più di interpretare il mondo, ma di viverlo, anzi di copularlo…

Copulare il mondo: aderire corpo a corpo, pelle a pelle, umidità a umidità, sfregarsi e carezzare. La vita come manifestazione fisica del mondo, contorno delle cose, della natura, dei luoghi e della materia, in cerca di armonia. Il simile ama il simile, la mano cerca il piacere del contatto con la pelle del mondo, morbidezza e flessuosità che si rispecchiano nelle materie morbide e flessuose, nelle tinture corporee della sabbia, dei legni, dei metalli ambrati. L’inumidimento e il bagno, il giacere e il penetrare, l’accogliere e il trattenere. Lottare con le asperità fino a indebolirne la resistenza, lasciarsene impregnare.

Lo sguardo che cerca requie nell’ombra e l’eccitazione nell’immenso. Che fruga gli interstizi del bosco e si acquieta nelle radure. Sguardo in cerca di calma ma anche di tessiture molteplici, di iridescenze, di vertigini opaline. L’orecchio che vuole essere riempito dalla risacca marina, dal gocciolare invernale della neve che si scioglie. Che è invaso dal vento tra gli alberi e che vibra con le palpitazioni e i pulviscoli sonori della musica. Aderire al corpo degli esseri, pietre, prati, rami, pavimenti in legno, in tessuto, tappeti, letti di piume e di gomma di lattice. Il mondo come corpo femminile, misterioso e tondeggiante, seducente e provvisto di aperture umide, cosparso di miele, mercuriale e sulfureo, intensamente profumato, saporito. Corpo maschile, teso e ripido, irsuto e combattivo, agitato e eretto, capace di strette violente e di lunghe selvagge penetrazioni.

Percussione del corpo sul tamburo della terra, frenesia e eruzione di piacere. Il terreno come letto dove giocare, lottare, amare, dormire. Come rifugio, come nido, come culla. I piaceri della superficie, esterni, solari, asciutti, nitidi, di vista e di contatto, accurati, sorvegliati, padroneggiati. I piaceri del profondo, umidi, notturni, di odore e di sapore, vulnerabili e diffusi, lenti e abbandonati, imperscrutabili.

La farmacia del vivere contempla infinite soluzioni. La controeducazione non predilige solo una parte del caleidoscopico mondo dei piaceri. Il suo perno di gravitazione resta l’esultanza mista e sfarfallante, la variazione e la ciclicità in affinamento. Ogni manìa, seguendo Fourier, va assecondata, e la mensa, per non dimenticare Sade, ha più di seicento portate. Dunque sia affermata l’erotica solare ma non meno che ad essa si avvicendi l’erotica notturna, alla danza dionisiaca si alterni la meditatio contemplante e la vasca di fluttazione onirica.

E dunque piaceri della superficie, solcare le pelli, le pagine, i crinali salati di spiagge e il vello ispido delle pinete. Scivolare sui corpi, aderirvi, massaggiarli, corpo del sapere, corpi eccitati e inumiditi dal piacere. Piacere solare dello sforzo, dell’esposizione, della voce proiettata nello spazio. Piacere del movimento, della danza, della lotta, del gesto condotto al vertice della sua eleganza. Piacere del contatto, dell’attrito, dell’urto. Piaceri dell’intreccio, del viluppo, del rotolamento. Piaceri dello sprofondamento, dell’accensione di un’accoglienza ipersensibile, modulazione lenta di posizioni per intercettare l’infrasonico e l’ultravisibile.

Piacere del sonno, dell’immersione fantastica, della contemplazione a occhi chiusi. Piaceri di pura regressione, dell’oscurità assoluta, del tuffo silenzioso in ambienti impermeabili al rumore e alla luce. Piacere del reinfetamento. Piacere di sostare, di arrendersi, di piegarsi pigramente nell’ombra.

Piaceri della lettura e della visione, visione di immagini statiche, in movimento, piacere del cinema, delle fotografie, piacere del foglio scritto. Piacere del cibo, della bevanda, piacere dell’ebbrezza nelle sue gradazioni molteplici, per elisir, per sostanza, per abissi corporei.

Piaceri e ancora piaceri…

venerdì 22 marzo 2013

Per chi ha orecchie dure (e troppo lunghe): cosa è controeducazione




Controeducazione è questo: difendere e incrementare il diritto sovrano ad affermare l’intensità della vita. Da questa considerazione apparentemente elementare discendono un numero considerevole di conseguenze.

Che, per esempio, ci si impegni alacremente a impedire che la vita venga derubata, saccheggiata, deprivata o ostacolata nel suo sacrosanto diritto ad essere e ad essere nei modi che le convengono, in ogni situazione, educativa ma non solo. Dunque ad impedire che, come purtroppo spesso accade, la vita sia revocata e marginalizzata dai luoghi dell’educazione. Impedire che la scuola si trasformi, come spesso accade, in una prigione, in una trappola, in un luogo di internamento precoce all’interno del quale le risorse vitali, i desideri, le possibilità sono sistematicamente sabotati, perseguitati, interdetti, per sostituirvi procedure di manipolazione sistematica, di disciplinamento, di soggiogamento dei corpi, delle menti e delle emozioni.

Lottare con tutte le proprie forze contro gli ideologi di questa repressione, contro gli ascetisti volgari, contro i teoreti della fatica e del sacrificio, contro gli psicologi che vaticinano destini mortiferi a chi non sappia piegarsi al giogo dell’obbedienza e della coercizione. Significa perseguire al contrario l’idea che sempre e ovunque, qui ed ora, occorre affermare la necessità di un’esperienza plenaria, ricca, vissuta intensamente. E che è grazie ad essa che la vita assume senso, non in virtù di improbabili finalizzazioni di compimento in articulo mortis. Non c’è alcuna saggezza da raggiungere che non sia quella della piena adesione all’esperienza immediata da subito e per sempre. Che non sia la necessità che il desiderio sia sempre il criterio dirimente della sensatezza di un coinvolgimento, di un’azione, di una fatica, qualora essa risulti necessaria per adempiervi.


La controeducazione significa sostituire la volontà di libertà leonina al dovere astratto e caritatevole del cammello, per parafrasare Nietzsche. Volontà di entrare nel circolo di un’esistenza che non si consuma nell’attesa di qualcosa ma che è da subito e continuamente adempimento della pienezza che ogni istante reclama di possedere. Il che non significa una mera esaltazione della gioia, del godimento, del riso (per quanto, come ancora ci ricordava Nietzsche, il riso è il miglior modo per uccidere…). La pienezza è affermazione dell’intensità del vivere, nella sua inesauribile gamma di sfumature, che comprendono irriducibilmente le frequenze più luminose e quelle più buie, le emozioni di piacere più irrefrenabile e quelle di malinconia, di dolore, di mancanza più lancinanti. In una compresenza che è sempre e comunque, quando non gratuita e vessatoria, affermazione vitale.


Controeducazione è piena affermazione del tutto della vita perché essa non sia più derubata, non sia sottomessa, non sia barattata e sfruttata per sostenere l’intensità di alcuni, il loro godimento, il loro dominio, la loro possibilità contro l’impossibilità dei molti.
Niente di utopico, come si vede, solo una caparbia affermazione di giustizia, contro la rassegnazione e l’adattamento, contro l’acquiescenza e la complicità con modelli di educazione che fomentano la passività, la dipendenza, la mortificazione di tutto ciò che non sia conforme, ordinato, prescritto e sottomesso.


Controeducazione è difesa dell’idea che non esiste affermazione di sé in assenza dell’affermazione della vita del tutto. In polemica quindi con gli edonismi puramente individualistici, con il loro nichilismo implicito, e non certo in nome di una benevolenza e di una carità che vuole tutti solidali nella sofferenza e nel martirio. Al contrario nella consapevolezza che il piacere, che l’intensità, che pure si nutrono talora anche del male in tutte le sue forme, non possono mai prescindere dalla possibilità che tutti condividano una tale intensità. Tutti nel senso non solo dell’umanità, presunto baricentro del tutto, ma il tutto nel senso della materia, della natura, delle cose. Tutti godiamo nel bene e nel male, o meglio al di là del bene e del male, ma non mai contro il tutto o contro l’affermazione vitale di esso.
Talora il piacere di uno può generare il dispiacere di un altro, ma solo nella consapevolezza che l’accesso al godimento e al piacere sono l’orizzonte ultimativo cui debbono soggiacere tutte le forme di vita, anche quelle in cui la vita si manifesta in modo silenzioso o immobile.


Giustamente Georges Bataille, evocando il Vangelo, sosteneva che chi cerca di salvare la propria vita, la perderà. Evocazione e reinterpretazione di un passaggio che si rendeva, ipso facto, affermazione dell’eccesso e del perseguimento della dépense e del lusso sfrenato.
Condivido questo richiamo e al tempo stesso lo voglio corroborare con l’idea che il piacere non è un destino ma una conquista, che l’intensità è il frutto anche di un’operatività attenta, sensibile, educata, che godere è, nell’umano, una progressiva forma di affinamento (Vaneigem).


Questa è una controeducazione conseguente: l’affinamento molteplice della nostra sensibilità, del nostro gusto, della nostra capacità di fare di ogni gesto della vita una continua occasione di arricchimento plenario, dove la testa che conosce non è mai staccata dal corpo che sente e dove il godimento del corpo che sente non è mai staccata da una testa che percepisce, elabora, assorbe in un reticolo di corrispondenze di illimitata potenza.


Una controeducazione siffatta ha una lunga tradizione alle spalle, di pensiero poetante, di pratiche emozionate, di esperienze vissute. A tutto questo, a questo sapere integro e entusiasmante, essa si appella, per avviare il superamento del nulla, l’impoverimento del mondo, la malattia proliferante del nostro tempo.
E non per domani, non per il regno millenario a venire, ma da subito, in questa ora, in questo scritto, in tutto quello che immediatamente ne potrà scaturire.
Per rovesciare l’assetto del nostro insensato, insostenibile, incurante fare e sostituirvi un più appassionato, accurato e armonico essere.

domenica 24 febbraio 2013

Un'altra scuola possibile


Della scuola si sente parlare tanto genericamente e poco specificamente. Tutti si fanno belli di slogan tipo investire sulla scuola e sulla ricerca ma omettono singolarmente di aggiungere per quale ricerca e quale scuola. Purtroppo si sa, quasi tutti vogliono una ricerca al servizio del lavoro (dunque eminentemente pragmatica e misurabile) e una scuola più efficiente e razionalizzata (dunque eminentemente pragmatica e informatizzata). Bene, anzi male. Tutto ciò mi irrita e mi indispone enormemente. Allora, per calmarmi, provo, in bella sintassi protocollare, a promulgare il mio PROGRAMMA PER LA SCUOLA:

1. Adottare come principi fondanti dell’educazione scolastica l’attrazione appassionata, il piacere e l’indole festiva in tutte le loro forme e manifestazioni 2. Colorare, articolare e arrotondare gli edifici, con l’ausilio di architetti sensibili 3. Ammorbidire e colorare gli interni 4. Integrare all’esterno ampi spazi riservati al verde (70 per cento) e a strutture sportivo-ricreative (30 per cento) 5. Foderare e attutire tavoli e sedie scomodi e rumorosi 6. Predisporre servizi audio e video, connettibili a internet, in tutti gli spazi adibiti ad attività 7. Nelle aule curvare la disposizione di tavoli e sedie orientandoli verso la forma circolare o anche predisporre la disposizione a isole con l’eliminazione della cattedra. Modulare gli altri spazi a seconda delle attività e delle esigenze, specie quelle corporee e pratiche. Integrare zone di loisir e di riposo per studenti e personale. 8. Prescrivere ai docenti di interrogarsi sul senso del loro lavoro, se piace loro e se piacciono loro gli studenti (come categoria): in assenza di una risposta positiva, rimandarli in formazione 9. Materie suggerite per tutti i percorsi: teatro, musica, danza, arte e lettere, filosofia, natura molteplice (biologia, chimica, materiali, ecologia ecc.), matematica e fisica, storia e storie (dal macro al micro), politica, sessualità, religioni e sacro, sport e corporeità, arti marziali 10. Sostituire i libri di testo, le antologie e le storie delle discipline con documenti, libri, materiali audiovisivi vivi e non morti, e neanche non-morti 11. Programmare le attività in base al principio della passione: si fa solo ciò che si ama e si ritiene di saper fare con piacere (per gli insegnanti) 12. Eliminare ogni procedura di valutazione che non sia esplicitamente richiesta dagli allievi per verificare il loro grado di avanzamento nella conoscenza. In ogni caso eliminare, fino almeno alla seconda parte dell’anno, ogni tipo di prova con valore decisivo sul risultato di fine anno degli allievi. Ogni prova dovrà essere valutata solo con un giudizio che rilevi elementi positivi e negativi delle prestazioni e ponga in luce punti di forza e aree di miglioramento da perseguire con scrupolose indicazioni al riguardo 13. Eliminare l’abominio dei test, in tutte le loro sottospecie 14. Ridurre al 20 per cento le attività che richiedono l’uso esclusivo di lezioni frontali e prescrivere la considerazione della componente emozionale ( e dunque l’attenzione alla motivazione) come decisiva in ogni percorso di apprendimento 15. Dedicare ad attività che includano l’uso del corpo in chiave sportiva, espressiva o affettiva, almeno il 60 per cento del tempo 16. Integrare un ampio spettro di attività volte all’esplicita elaborazione dell’aggressività (sport di combattimento, anche misti, sessioni guidate di pratiche conflittuali e di gestione del conflitto, arti marziali, laboratori bioenergetici ecc) 17. Dedicare ad attività coreutiche, musicali e teatrali almeno il 40 per cento del tempo 18. Integrare l’elemento visuale alla pari dell’elemento linguistico in ogni attività 19. Integrare attività con gradienti di attivazione creativa (arte, composizione, recitazione, costruzione, artigianato ecc) e ludica (gioco, gioco, di squadra, simulazione, role-playing ecc) almeno al 70 per cento delle attività previste 20. Ampliare le attività all’aperto in tutte le loro sottospecie: cura dell’ambiente esterno, giardinaggio, orticoltura, visite, gite, avventure nella città o nella natura, educazione alla natura, al massimo delle possibilità presenti in termini di risorse fisiche e finanziarie 21. Moltiplicare le attività interdisciplinari, lavorando su tematiche trasversali e oggetti di creazione comune (spettacoli, ricerche, costruzioni ecc.) 22. Includere la possibilità, da parte degli allievi, di assentarsi dalla lezione quando non ritengano la conduzione o il tema di essa più interessante per loro, potendo decidere se oziare in spazi dedicati oppure passare ad altre attività 23. Includere l’educazione sessuale come attività pluridisciplinare e complessa a tutti i livelli del percorso scolastico 24. Includere l’educazione politica come attività pluridisciplinare e complessa a tutti i livelli del percorso scolastico 25. Includere l’educazione alla morte come attività pluridisciplinare e complessa a tutti i livelli del percorso scolastico 26. Integrare forma di democrazia diretta su argomenti di gestione quotidiana e straordinaria dell’istituto, assembleare e consigliare, tra studenti e docenti, senza l’inclusione dei genitori.

Ecco, questa, come BASE di discussione per una riforma DELLE SCUOLE, mi sembrerebbe abbastanza appropriata. E orientata verso un altro mondo possibile. ;)

venerdì 14 dicembre 2012

Viva la controeducazione (agli adepti di Faunalia e oltre) !


La controeducazione, contrapposta alla triste scienza dell’ortopedia e dell’ingessatura, della mummificazione del cucciolo d’uomo e delle sue ulteriori figure sull’altare del conformismo e della passivizzazione, dell’ascetismo e della rinuncia, dell’immolazione al sacrificio, alla fatica, alla crocifissione e all’inginocchiamento, reali o metaforici, contrappone l’esaltazione affermativa dell’immaginazione, delle emozioni, del corpo e del piacere. Al primato di uno spirito irreparabilmente consegnato alla graticola delle restrizioni e al cilicio delle privazioni, il primato gaudente della sfrenatezza, dell’anima incarnata e ardente, impegnata nell’avventura delle molteplici posizioni d’essere e nel gioco interminabile della dissipazione. Curiosa di tutto, avida e inestinguibile, l’anima corporea della controeducazione, spinge a demolire le insegne imputridite e le stigmate di una formazione maligna che da sempre sequestra i corpi, le passioni, i sogni, per condannarli, reprimerli, punirli. A noi il divenire-danza, festa, sperpero contro la parsimonia ipocrita delle caste di conoscenza, a noi la generosa vendemmia di un sapere di tutti e di nessuno, così aperto da far deragliare ogni pretesa di dominio, così denso da risucchiare ogni proposito di analizzarlo, così intenso da respingere ogni tentativo di indebolirlo con le armi della falsa dialettica. Controeducatori di ogni contrada mondana, lasciatevi rapire dai cembali impazziti del corteo dionisiaco, dal richiamo delle fachiresse fourieriste, dalla materia leggendaria delle carni barocche e rubensiane , dalla fame di Pantagruele, dal riso di Zarathustra, dalle zone di temporanea eruzione vitale di Hakim Bey, dall’orgasmo interminabile dei fautori irreprimibili di un piacere non viziato dai ricatti del padre e della legge della mancanza. La controeducazione sarà precisamente la guida fausta e elettiva per chi ancora crede che al fare e al produrre vada anteposta l’esigenza ineludibile del dire di sì alla grassa materia della vita. Certo, appena oggi ci si permette di inneggiare al piacere e allo spirito festivo, subito si viene punzecchiati dalla fanfara grigia di chi vi vede l’imposizione del potere, il finto piacere della merce consumabile e dei soggetti manipolati e inchiodati al godimento obbligatorio. Ma dietro l’invettiva contro il piacere si annida sempre una teologia, un’idea di fondamento nella mancanza, l’impossibilità ad essere, insomma la tirannide feroce che da sempre vede l’uomo votato al naufragio. L’elogio della festa è però tutt’altro dal gravitare nelle acque melliflue del finto neopaganismo dell’epoca, è lo spirito insurrezionale che pretende di vedere il piacere posto al centro dell’essere, come motore primo, dinamico e fecondo, quello per cui si fa e si cerca anzitutto per passione ed è la passione l’unico vero oggetto perduto da sempre. Ispirandosi a quei pochi ma fermi maestri che ci invitano alla penetrazione del meraviglioso in ogni atto del vivere, che vogliono davvero sbarazzarsi dell’odioso tributo alle moraline del risentimento, da Charles Fourier a Hakim Bey, da Aristippo a René Schérer, cercare il piacere non è cedere all’incesto con gli imperativi dell’epoca barbara, semmai è redimere il pantheon degli dei delle passioni tristi per affiliarsi a quelli che da sempre affermano il diritto di esserci qui e ora, che conoscono il periplo di ogni alchimia riuscita, e cioè che alla fine della trasmutazione si entra nel ciclo della moltiplicazione. La moltiplicazione delle passioni, la loro soddisfazione, tutt’altro che impossibile, sono il vettore opulento della controeducazione, in rotta di collisione con tutti i vocati all’elogio della miseria, della rinuncia, dell’autocommiserazione.

lunedì 24 settembre 2012

Enjoy your lesson (2)


Caro studente che vai a lezione carco di libri e parco di speranze, che cosa puoi fare tu perché quel teatro dove si consuma il tuo “sequestro educativo” diventi una possibile fonte di godimento? E non di polverizzazione della tua pazienza e di triturazione delle tue fantasie? Anzitutto puoi mettere in scena il tuo desiderio, postularlo, manifestarlo. Non andare lì come si va dal dentista o a cena dai parenti, annoiato e con quel senso di minaccia che effettivamente la scuola trasmette (già a partire dai suoi muri gaiamente addobbati, dalle sedie lussuriose e dagli arredi pieni di buon gusto, si fa per dire). Vacci con l’eccitazione e il pungiculo di un appuntamento. Certo, so che ti vai a infilare dentro un’aula grigia con compagni dai calzini marroni che tu non hai scelto. Questo è vero ma prova a ribaltarlo. Fai una simulazione, credici. Fatti bello/a, datti una profumata, infilati una sciarpa sgargiante che calamiti l’attenzione. Porta la tua faccia più entusiasta e con essa introduciti nell’aula che sa di candeggina con l’aria di chi chiede: è qui la festa? Porta il tuo corpo dentro l’aula, con il suo flessuoso andamento animale, porta la tua giovinezza, non lasciarla fuori dalla porta, non esibire solo la tua depressione e la tua noia. Di tanto in tanto sorridi alla professoressa di matematica, portale dei fiori. Porta dei fiori anche alle tue compagne o ai tuoi compagni. Arriva con la ferocia del desiderio di far saltare le righe. Proponi sempre qualcosa, bacia tutti. Abbraccia il professore, ne sarà elettrizzato, resterà senza fiato. Vigila soprattutto. Non permettere che stritolino il sapere dentro la morsa dei loro sussidiari. Porta libricini odorosi, gonfi di foglie e di vecchie cartoline. Falli girare. Porta del cibo succulento, non solo per te ma per fare festa. Chiama gli altri ad esigere il proprio tempo, a stanare la cultura fino a che non inizia a perforare i muri. Reclama di uscire, di vedere i luoghi, esplorare i cantieri, entrare nelle botteghe, decifrare i misteri delle pasticcerie, fotografare e filmare il mondo e ritrovarlo solo dopo dentro quell’aula che si sarà trasformata in un laboratorio alchemico prufumato di ambra e di bergamotto. Chiedi che ci siano sensi e colore dappertutto. Quando vuoi azzittire il professore, fai partire una musica dolcissima dal tuo amplificatore personale. E danza. Avvicinati ai compagni, alle compagne, con fare seducente, e accendi i loro ormoni. Perché no? Se poi otterrai una sanzione, sarà stato per amore. Una nota disciplinare sarà una lieta pena per questo atto bellissimo di “terrorismo poetico”. Sei tu che puoi impedire lo scempio del sapere, la sua mortificazione e, con essa, la mortificazione del tuo corpo e del corpo senziente che formi con i tuoi compagni. Riscattali con la rivendicazione dell’appropriazione profonda delle materie, incarnata in azioni sceniche, in recitazione, in corpo a corpo con gli oggetti ancora vivi e vivibili. Sii manifestazione vivente a partire da te stesso/a, nei tuoi vestiti, nella tua voce, nei tuoi gesti, sii desiderio e poesia in azione. Non permettere a nessuno di abbrutirti con la mediocrità di una lezione malpreparata, con testi scolastici pachidermici e inutilizzabili, con lo stridore dei gessi sulle lavagne o con i rituali irricevibili dell’interrogazione e del compito in classe. Chiedi che non si valuti, ma che si restituisca, si baratti il sapere con un ringraziamento, quando lo merita. Chiedi semmai che si valutino solo i comportamenti che scaturiscono da un coinvolgimento profondo, che si valuti solo su richiesta, di chi impara, non del sistema paranoide che soffoca e inchioda ogni cosa ancora in vita. Imponi l’esperienza, le storie, la foresta dei simboli e le stratificazioni dell’immaginario, chiedi materia palpitante, odorifera, palpabile, gustabile, amabile. Installa la tua inequivocabile presenza fragrante e immensa, irriducibile, al centro di uno spazio che può diventare scrigno di incandescenze, firmamento scintillante, oltrenero sottomarino, folto boschivo, pioggia fitta e inebriante, labirinto sotterraneo, bagno di fango tiepido, fonte di acqua luminosa e carezzevole. Sii l’attore principale, rifiutati, ostacola l’idiotizzazione perseguita da chi entra in aula solo per timbrare il suo destino di cùlculo del sistema. Lo puoi fare con la tua energia ancora intatta. Ribalta i ruoli, spruzza il tuo desiderio come un gatto nero e affamato sulle pareti e sui banchi, esigi l’intensità, la densità, gli orizzonti infiniti!

lunedì 17 settembre 2012

Enjoy your lesson! (1)


L’unico comandamento è: goditela! Goditela la tua lezione, goditela insieme a loro, naturalmente. La lezione, che non è certo il massimo, in termini di apprendimento, ben inteso, è però un potenziale di febbre feconda, se la lavori bene, come una pasta in rigogliosa lievitazione. Allora, anzitutto tu devi godere. Simultaneamente, devi far godere loro. Il che poi significa, fatti due più due, che, se va bene, ve la siete goduta tutti sebbene non necessariamente allo stesso modo. E’ vero, fare una buona lezione ha qualcosa a che fare con il fare l’amore, però non è esattamente il trionfo della reciprocità. Diciamo che è un massaggio erotico che tu pratichi a loro e che, se va a buon fine, ti ritorna in forma di piacere diffuso… Veniamo ai fatti: intanto tu ti sei preparato. O meglio, hai preparato ogni cosa. L’errore più grossolano e fatale in cui puoi incappare (e troppo spesso ci incappi) è fare quello che loro si aspettano che tu faccia. Ogni tuo gesto prevedibile sarà un declino, più o meno abissale, della loro attenzione (loro, i tuoi pupilli, la carne umana che respira e trasuda nella sala dei desideri). Non tradirli. In qualche modo puoi, ogni volta, spiazzarli un poco, persino con la ripetizione (di un piccolo rituale per esempio). Ricordati che insegnare è una pratica festiva, non feriale. Ogni giorno è un appuntamento, una possibilità di vita, di piacere, non una condanna, una crocifissione sull’altare delle regole, della noia e della disciplina. Tu sei il sacerdote, il gran mogol, approfittane. Quindi, innanzitutto, tu hai apparecchiato ogni cosa, hai pensato, ricercato, studiato, organizzato, sistemato ogni cosa, prima. Cosa si aspettano loro? Che tu entri e con fare svogliato inizi a parlare di mestizie sarcofagiche e che gli propini il solito polpo morto da troppe ore. Evitalo. Invece entra e sviali (detournement, s’il vous plait), vai fuori binario. Sono cose che vanno curate bene fin dalla prima volta. Anzi, la prima volta è essenziale, fatidica direi. La prima volta è davvero “la prima volta”, uno sverginamento, per essere più espliciti. Pensa al corpo giovane e intatto dei tuoi allievi, un corpo intero, la prima volta, ancora intatto, intatto per te, naturalmente, che altri ci hanno già messo le loro mani addosso, purtroppo, lasciandolo piagato e svuotato (e allora a te toccherà la respirazione bocca a bocca). Un corpo che può respirare, mugolare, squittire, brontolare come un grande mammifero, morbido e odoroso (anche di odori forti e piccanti, si sa, sono giovani). Occorre lavorarlo con cura. Entra e non andare subito a sederti alla cattedra, se c’è qualcosa di simile ( e c’è, e c’è …). Fai gesti precisi, riconoscibili. Per esempio puoi modificare la luce, abbassala, cerca di creare dell’ombra, per avere più intimità, induci la “tua” atmosfera, in sintonìa con quello che stai per proporre. Oppure fai partire una musica, o anche le due cose in successione. O anche inizia a leggere un brano suggestivo, che sappia attrarre l’attenzione, senza preamboli, vai subito a toccare il nervo sensibile. Mostra delle immagini, un filmato, senza introduzione, senza attutire il colpo, quale che sia: una piccola recitazione, se lo sai fare, o uno spostamento del tuo posto, trascinando la tua sedia altrove, o un tappeto, perché no? Crea una se-duzione, chiamali a te, con un gesto che li spiazzi. Ci sono migliaia di possibili invenzioni, occorre solo che ti sforzi di immaginare un ingresso, un accesso allo spazio specifico su cui poi innesterai la tua lezione, la tua lezione “speciale”. Naturalmente ogni cosa che fai deve essere calibrata sulla “loro” sensibilità, la devi immaginare, devi spostarti dentro le loro crisalidi, dentro le loro anime. Non puoi leggergli una poesia “impegnata” di Giancarlo Majorino solo perché a te piace tanto, non puoi fargli ascoltare i campanelli dei monaci tibetani perché a te danno i brividi. Puoi arrivarci, ma sempre per gradi. Se poi va bene, otterrai un momento di altissima intensità. Avrai tutta la loro attenzione. Un’attenzione dalle molteplici sfumature, curiosità, diffidenza, speranza, resistenza ma comunque attenzione. Attenzione allo stato purissimo. E questo è incomparabile. E ti fa sentire come un dio. Un dio minore ma prossimo a prendere il volo.
La tua benzina è l’attenzione. Non farti scrupoli, lasciati blandire dalle malìe della seduzione. Lungi dal farti condizionare dall’ascetismo predicato dai barbogi pedagogici, punta sulla seduzione, rendi affascinanti i tuoi argomenti, i tuoi documenti, te stesso. Vai all’appuntamento con l’attenzione profumata dei tuoi allievi agghindato come una baiadera, non perdere l’unico motivo davvero vitale di una “lezione”. Salvala prima che si tramuti in irrimediabile petofanìa, in sodomia pneumatica. Devi inventare percorsi inediti, arrivare alle scienze passando per la letteratura, che so una lezione di botanica attraverso le poesie sui fiori di Rilke o certi quadri della O’Keeffe. Arrivare alla matematica attraverso la musica, indovinando le formule di certi passaggi sonori di Bach o di Frank Zappa ma insistendo sull’ascolto perché i numeri diventino materia godibile, oppure esordendo dal film della biografia di un celebre matematico (come in A beautiful mind di Howard o quello su Galois) o da uno che ponga problemi matematici (perché non Il cubo di Sekula?), o anche leggendo brani tratti dai diari di un impervio ricercatore, fiammeggianti, quelli fiammeggianti, non quelli sideranti. Osa i passaggi bizzarri e imprevedibili: fai preparare e recitare, attraverso ricerche e testi minori, il Risorgimento italiano, la Comune di Parigi, l’assassinio di Marat nella versione di Peter Weiss. Coltiva testi stuzzicanti per sporcare i fasti di un’epica consunta, accecali con immagini dell’arte contemporanea carica di materia e di umori o con la violenza carnale di Rubens, trapunta le tue lezioni con la musica e le registrazioni di celebri momenti scenici. Interrompi i passaggi barbosi delle tue spiegazioni (quelle esclusivamente necessarie) con un’improvvisa sequenza, appropriata, tratta da una commedia televisiva ironica e iconoclasta, da un varietà, da un film comico. Non temere di usare le immagini, i video, le clip. Oggi c’è a tua disposizione non certo l’archivio dei documentari pensati per la scuola, non certo il tremendo didattismo suicida dell’ “educational” ma l’intero giacimento ricco di pepite dell’immaginario accumulato nei secoli (specie negli ultimi decenni, nei quali è esploso). E’ con esso che puoi, seguendo un percorso non mortificato dalle introduzioni storico-critiche, dai tuoi balbettamenti prolegomenici, irrompere con la polpa vitale della cultura persino dentro l’oscena cupezza di un’aula scolastica! Ricorda: a scuola non si studia e si insegna per un dopo di cui ancora nessuno può misurare la benché minima consistenza. A scuola si vive ora e qui un’esperienza indimenticabile, le cui trame sono fondamentalmente nelle tua mani. Ogni tua lezione è un’occasione strepitosa per vivere subito nell’immenso teatro del sapere, tuffandotici anima e corpo insieme ai tuoi allievi, partner di un esercizio erotico incomparabile, quello di scoprire, esplorare, penetrare e farsi penetrare dalla cultura.

martedì 24 luglio 2012

Il piacere ignorato: le fasi della luna di Paul Delvaux

I due più vestiti ignorano. Il grado di vestizione determina il grado di distrazione. L’occhiale sollevato del miope, che, sistemato correttamente, potrebbe dargli la vista della profferta di tanta bellezza muliebre, lo induce invece a chinarsi su un oggetto piccolo e inerte, forse esso stesso un occhio, in un circuito di febbre ossessiva e autoriferita. Il secondo uomo, lo sguardo gigantesco e inebetito, che ne sottolinea l’impotenza visiva, sosta attonito, i piedi piatti e larghi a denotarne l’adesione rigida al suolo, alla staticità inamovibile. Sono le figure dell’astronomo e del geologo, polarità irriducibili dell’ attitudine maschile alla distrazione, alla fissità e all’incapacità di godere, già incontrati altrove nella pittura di Delvaux, (nelle Fasi della luna III, in particolare (1942) . Emblemi del rifiuto ostinato e incomprensibile del dono. Dono che si protende infiocchettato, silente e imperturbabile, con un’espressione un poco beffarda, conscio della sua procace seduzione, il piccolo piede malizioso che infrange il limite della balaustra. Dietro la donna un tavolo con il globo terrestre, illuminato da una lampada, effigie forse della vera conoscenza, conoscenza “globale”, che non ha segreti, su cui la luce è sempre accesa, sempre che si riesca a percepirla. Giorno che incede verso il suo crepuscolo, con la luna che si affaccia sopra la scena, custodendone la cifra simbolica, accogliendola nella sua capace arnia di corrispondenze. E’ sotto la luna che gli uomini vestiti ignorano la donna che si offre nuda e infiocchettata. Sul fondo della scena un giovane semivestito, figure di limine e di transito, come il pifferaio di Hamelin, conduce una brigata di donne ignude in una sorta di corteo bacchico. Il giovane appare figura del possibile mentre, a contrassegnare l’ignavia imperdonabile dei due uomini in primo piano, accanto a loro, su una cassa di legno rovesciata, giace un oggetto che evoca le fattezze di un teschio, sub specie anamorfica, come negli Ambasciatori di Holbein. Autentico monito, nel centro dell’immagine, sulla caratura letale determinata dall’ignoramento, dalla diserzione dal desiderio dei due uomini.
A questo quadro può essere associato un altro lavoro di Delvaux, il Congresso (1941, ma anche gli Astronomi, 1961), dove questa separazione, tra uomini anziani, dai grandi occhi attoniti, vestiti e paludati, intenti in presunte attività intellettuali e donne nude o incoronate di splendidi cappelli, è albergata in un padiglione che ne rimarca l’impossibile e paradossale convivenza. Qui, sullo sfondo, ci sono degli scheletri che campeggiano nel vano di una porta, non a caso sull’asse del settore maschile. Uno degli uomini, mentre si allontana, sul lato occupato dalle donne, lancia uno sguardo furtivo e ipocrita, verso quella bellezza ancora una volta ignorata e elusa.
E’ un tema ritornante questo, nella pittura dell’artista di Liegi, che incontriamo anche in Ingresso nella città (1940), dove un paesaggio di stile classico, il paesaggio senza tempo che insiste su questa condizione irriducibile, custodisce la parata di bellezze sontuose che incedono come ipnotizzate sulla via, incoronate dalla natura, mentre gli uomini, come al solito, appaiono più distanti e attardati, vestiti, affaccendati, inghiottiti nelle volute di un agire ignaro della seduzione, del desiderio, del possibile. Solo un giovane, ancora una volta, seminudo, sta seduto in primo piano, mentre si accanisce a esplorare una mappa, forse la sua Mappa del Tenero, come insinua Jean Clair, forse in cerca di un passaggio che gli consenta di entrare in contatto con l’alone di mistero che avverte, presentisce, il mistero erotico così esplicito che quei corpi femminili spandono intorno, di cui anch’egli pare però non avvedersi. E non è forse questa la cifra del nostra stare, ripetuta proprio a beneficio di tutti i ciechi e i sordi che noi stessi siamo, ignari di quel possibile di puro piacere da cui siamo circondati, che è immediatamente alla nostra portata e che pure, a causa dei lacci infiniti in cui ci siamo intrappolati, per la nostra idiozia, ben vestita e inesorabilmente affaccendata, ci resta preclusa?
L’unico ad accedere, nel suo candore disinibito, resta il bambino, letterale ma soprattutto simbolico.