la gaia educazione

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martedì 13 febbraio 2018

Dichiarazione di voto




Dopo lunga riflessione ho deciso che voterò la formazione politica che più sentirò avvicinarsi alla visione del futuro che vorrei e che riassumerei in questi punti, certo non esaustivi ma comunque fondamentali per ritornare a credere in un mondo vivibile:

- Abbattere il feticismo della crescita: è del tutto evidente che non è più possibile crescere economicamente se non comprimendo ancor più il nostro spazio vitale, inducendo in noi ancor più bisogni deliranti e esproprianti il minimo di contatto umano, animale e naturale che ci è necessario e senza saccheggiare ancor più terre e popoli che di certo andrebbero invece assolutamente protetti e liberati. Credo assolutamente necessario che nel futuro si debbano ridurre significativamente l’infinità di idiozie, di merci, di tecnologie che ci separano ogni giorno di più, che atrofizzano la nostra sensibilità e che distruggono i nostri gesti umani. Occorre che quallcuno ci imponga un drastico ridimensionamento del corteo interminabile di falsi comfort da cui siamo circondati e annichiliti;

- Abbattere l’altrettanto infausto feticismo del lavoro: mi rifarei alle eccellenti riflessioni di André Gorz ma anche di autori più recenti per rivendicare il diritto al non lavoro, alla riduzione del lavoro e, al contempo, al dovere minimo di tutto a contribuire al lavoro socialmente necessario (i lavori solitamente disprezzati e riservati a chi non ha altri mezzi di sostentamento: dalla gestione dei rifiuti ai servizi sociali per chi vive in condizione di svantaggio, ai lavori più duri e sottopagati). All’idolatria odiosa del lavoro (da sempre alienato) voglio che si sostituisca la rivendicazione del tempo e dei mezzi per l’espressione creativa, costruttiva e passionale di ciascuno e di tutti;

- Inaugurare una politica radicale di redistribuzione della ricchezza a tutti i livelli della vita sociale ed economica attraverso una lotta all’evasione fiscale senza quartiere, così come alla criminalità organizzata e al lavoro nero ma anche attraverso una tassazione precisa e adeguata nei confronti di ogni forma di guadagno estremo come di ogni povertà estrema, riconducendo l’oscillazione degli stipendi entro limiti normati e proporzionati;

- Per cominciare anche solo a pensare a tutto ciò credo non sia possibile non slegarsi, in modi e tempi accettabili, dall’Unione europea e dalla Nato, organizzazioni che perpetuano la nostra dipendenza dalle leggi del mercato capitalista globale e dalle sue insopportabili iniquità;

- Accelerare una politica dell’educazione che rovesci la logica mercantile cui è oggi fondamentalmente collegata per inaugurare un’educazione all’insegna dell’attrazione appassionata per ciò che si impara, dell’educazione diffusa come liberazione dal sequestro scolastico e dalla cooperazione più vasta possibile tra tutte le generazioni e tutti i soggetti finalmente aventi titolo di comparire sulla scena della vita sociale, minori non esclusi, nonché dall’impegno verso un’educazione che restituisca la giusta importanza al corpo e ai saperi simbolici;

- Indebolire progressivamente la dipendenza coatta e sempre più capillare dalle nuove tecnologie, che stanno impoverendo mortalmente la nostra vita sociale, sensibile e affettiva nonché le nostre abilità fisiche, essendo ormai impotenti senza l’ausilio di protesi tecnologiche sempre più inutili e mortiificanti;

- Affrontare l’emergenza ecologica, ahinoi, globale, in maniera prioritaria e determinata, attraverso politiche complesse che restituiscano equilibrio tra i soggetti umani, la natura e gli animali, rispondano alle emergenze dei territori e delle fonti d’acqua, riducano progressivamente, anche attraverso la diminuzione di tecnologia inutile e tossica, le necessità energetiche;

- Restituire al tempo la sua dignità attraverso politiche di riduzione della velocità della vita sociale, della frenesia e dello sfruttamento di esso attraverso la continua competizione al potere e al successo, da ridimensionare riducendo il potere dei media, abbassando le prebende per i ruoli di potere e incentivando la convivialità, il tempo liberato e l’attività volontaria o pagata attraverso le banche del tempo, le monete non votate alla speculazione o altri risarcimenti di natura affettiva o sociale;

- Incrementare le festività e i tempi di recupero e piacere, liberandosi dal giogo delle festività religiose per dare importanza a momenti di celebrazione del riposo, dei piaceri, della cooperazione, della gentilezza, della cura, affermando il nostro esserci sulla terra laicamente e all’indirizzo di tutto ciò che può restituirci la voglia di abitare la terra e non di essere gli schiavi di alcun sistema di potere;

- Affermare l’eguaglianza di diritto tra uomini e donne all’insegna di una visione complementare del maschile e del femminile, aperta a tutte le ibridazioni ma anche dedita a fondare un’autentica alleanza e non una lotta a coltello tra i buoni e i cattivi;

- Affermare il diritto all’eutanasia, alla libertà di cura (e dunque anche di vaccinazione), e all’espressione della propria singolarità culturale, etnica o religiosa;

- Accogliere le differenze come possibilità di espansione e arricchimento, e dunque apprestare politiche riguardo ai flussi migratori fortemente ispirate all’autentica integrazione nella differenza e all’aiuto e ospitalità per tutti coloro che lo richiedano. Sottolineando il valore primario dell’ospitalità sempre e comunque, a prescindere da ogni giudizio di merito per coloro che si trovano in stato di necessità;

- Liberare dal giogo delle diagnosi forzate, dalle politiche di prevenzione totalitarie e al servizio di profitti economici e dai farmaci sempre più inutili che prosciugano le nostre difese e la nostra capacità di convivere anche con il dolore, l’oscurità e la morte;

- Sottrarre dall’obbligo della redditività le opere d’arte, la letteratura, il cinema, tutte le forme di espressione simbolica che danno senso al nostro essere nel mondo, tutelando tuttavia attraverso criteri di discernimento sufficientemente fondati intrinsecamente (con tutte le oscillazioni che tali criteri non possono che comportare) la loro selezione e il loro eventuale finanziamento; rifondare i media pubblici all’insegna del servizio, della cultura e della democrazia;

- Sottoporre la classe politica ad un continuo monitoraggio, in termini di credibilità, efficacia e onestà, da parte di commissioni composte da autorità legittimate sul piano etico e di competenza, nonché dal giudizio il più possibile frequente dei cittadini;

- Ridurre il più possibile le forze militari e stabilire l’obbligo di sei mesi-un anno di servizio sociale per le giovani e i giovani entro il venticinquesimo anno di età.

Molte altre cose sarebbe necessario indicare, riguardo per esempio all'economia, alle banche, ai nuovi settori del lavoro e del volontariato e a tanto altro ma credo di aver disegnato alcuni tratti per me fondamentali di un paese riconsegnato alla vivibilità, alla partecipazione e alla giustizia.

Non ho ancora deciso per chi voterò ma i miei criteri selezioneranno le proposte che provano a muoversi in questa direzione.

martedì 8 gennaio 2013

Noi mostri e la torsione imprescindibile


Siamo nell’epoca del mostruoso, come l’ha ben definita Peter Sloterdijk, nel suo testo Saggio d’intossicazione volontaria, appoggiandosi, come spesso fa, al linguaggio heideggeriano: “essenzialmente, i tempi moderni sono l’epoca in cui si abbandona la dimora dell’Essere. E’ l’ora del crimine del mostruoso”. “La mostruosità creata dall’uomo dei tempi moderni ha tre volti, tre campi fenomenici: essi si presentano come il mostruoso nello spazio creato dall’uomo, come il mostruoso nel tempo creato dall’uomo e come il mostruoso nella cosa creata dall’uomo”. L’hybris dell’uomo moderno è quella della sperimentazione di massa, della sperimentazione senza limite, che lo espone all’imperativo terribile dell’ “innovazione permanente”. In questo quadro i media assolvono la funzione di tramandare sotto forma di finzione i temi eterni più innocui che si ripetono (nelle sue fiction) ma che di fatto servono solo a eufemizzare l’impatto con la sfida costantemente aperta per l’individuo contemporaneo di forgiare prometeicamente la propria vita ogni giorno di nuovo, inchiodato come Sisifo ad un compito fondamentalmente forsennato e irrealizzabile. E per lo più destinato allo scacco. E’ il volto del nostro mondo a sbigottire: esso è la più patente rappresentazione del mostruoso. Mostruosi sono i segni sul paesaggio: solo una creatura dalla potenza titanica può infierire su e torturare a tal punto il suo habitat, il suo oikos. Il tempo è devastato dai meccanismi brutali del suo calcolo, della sua misurazione, della sua costrizione. Il tempo è costantemente sotto sequestro, nell’epoca contemporanea. E questa è la più autentica catastrofe della nostra epoca. Un tempo di morte, un tempo messo costantemente al lavoro, in produzione. L’epoca del nichilismo compiuto è l’era della totale sincronizzazione, dell’attualizzazione per cui non esiste più alcuna sporgenza nel tempo. Tutto accade sincronicamente, nulla può più accadere in un altro tempo o fuori dal tempo. Infine la modernità è l’epoca del trionfo dell’artificializzazione, come trionfo della cosa svuotata di interiorità, di anima. La tecnica vi si rivela, per usare ancora le parole di Sloterdijk, come “conquista progressiva del niente”. “Nel niente, non vi è più nulla da riconoscere, ma tutto da compiere”. Fine della risonanza simbolica dell’agire, appiattimento sull’azione come “impresa”. Ancora: “la natura e l’Essere hanno perduto il loro monopolio ontologico: si sono visti provocati e rimpiazzati da una serie di creazioni artificiali uscite dal nulla e dall’emergenza di un mondo post-naturale uscito dalla volontà”. Siamo dunque dei mostri, mostri sempre affaccendati, multitasking, senza tempo e sotto un cielo vuoto, abitanti di una terra depredata e desertificata, sempre a caccia di un qualunque tappo per frenare l’abisso che ci si spalanca intorno. Ci riempiamo la giornata di impegni per dimenticarci di tutto ciò che ci frana intorno. Siamo mostri: automi sogghignanti e distratti, sempre con il sorriso sulle labbra e implacabilmente mai concentrati su niente, neppure durante le sedute di yoga, perché nella posizione del cane con la testa in giù già stiamo pensando al tweet da inviare quanto prima o alle telefonate da fare. Senza sonno e senza pause, viviamo accerchiati da dispositivi che crediamo di usare e che sappiamo benissimo che ci usano. E il nostro esserne usati è una resa in cambio di uno straccio inzuppato di aceto con cui tamponare il nostro ordinario dissanguamento. L’ horror vacui è la sindrome dell’epoca, e ciò è stato da molto tempo più e più volte sottolineato , senza che però ciò desse luogo ad alcuna inversione di tendenza. Siamo tutti affetti da quel “disturbo dell’attenzione e iperattività” con cui crediamo di poter etichettare i nostri bambini spaesati e piombati in un mondo che non ha spazio né tempo per loro né men che mai per la loro inconfondibile “estraneità”. Siamo affamati di tutto ciò che possa esorcizzare i terribili fantasmi della malattia e della morte che danzano forsennatamente intorno a noi e alle nostre città. Eppure. Eppure bisogna prestare fede nell’imprevedibile, nella smagliatura, nella torsione improvvisa. Per chi, come me, crede nella versione antidialettica della storia di Walter Benjamin, non certo proiettata in un processo progressivo bensì fatta di risucchi, di improvvisi attriti, di sbandate e di reversioni inattese, il credere nell’impossibile è giocoforza. E l’impossibile si accende di fioche luci nell’oscurità più fitta sussurrando la preghiera di un nuovo incantamento (le “lucciole” di cui ci parla Didi-Huberman riesumando Pasolini). Come pochi eretici continuano a voler credere, da Stiegler a Ritzer a Maffesoli, parole come reincantamento oppure parole che altri, come René Schérer o Raoul Vaneigem, non vogliono considerare inservibili, come utopia, debbono essere pronunciate. Proprio nell’epoca in cui il pragmatismo, i nuovi sintomatici realismi, il pensiero vuoto e strumentale spadroneggiano ovunque. Proprio nel tempo della massima, estrema povertà. L’utopia riemerge come potente perno di riorientamento in un mondo che ha totalmente perso la bussola nei confronti del desiderio, dell’armonia tra forme di vita, rispetto ad ogni sua possibile destinazione che non sia all’insegna dell’entropia e della distruzione. Occorre favorire una “controeducazione” nutrita dall’immaginazione simbolica che non muore, da una rivitalizzazione del sapere come riconnessione con il reticolo delle corrispondenze lacerate e sommerse dall’impeto distruttore di una ragione puramente pragmatica. Quel reticolo di analogie che trama il reale come organismo vivente e sensibile. Assumere parole d’ordine come quelle di “ascolto poetico della natura” di Prigogine, oppure come il “riorientamento simbolico” di Stiegler o ancora persino, per alcuni tratti come le “omeotecniche dello spirito” di Sloterdijk da intendersi come “arti della transizione”, ma soprattutto l’ “atto erotico” del “divenire selvaggi” di Hakim Bey, è uno dei modi “impossibili” per mantenersi sensibili ai segnali in controtendenza di un universo saturo di orrore, di nausea per la bruttezza e la devastazione che avanza, per i disequilibri sempre più insopportabili, per il malessere che ogni organismo ancora minimamente senziente non può non avvertire mentre tutto precipita verso il suo autodafé.

domenica 9 settembre 2012

Contro il feticismo del lavoro


Il lavoro è il grande imperativo. Esaurita e vituperata oltre ogni limite (anche da molti dei suoi protagonisti ahimè) la controcultura degli anni ’60 e ’70, nessuno osa più criticare quello che a buon diritto si può considerare il ritrovato e unanimemente plaudito mito del lavoro, anzi il feticismo del lavoro. Tutti vogliono lavorare (anche nelle condizioni di sfruttamento più spaventose), la mancanza di lavoro precipita in uno stato di prostrazione con aggiunta di senso di colpa e frustrazione che ha pochi rivali. Non solo: quando lo si ha, se ne vuole di più, la gara a riempire la propria agenda di impegni è, senza ombra di dubbio, una delle gare più spietate e brutali. La sbirciatina che il collega getta sulla tua agenda, sperando che si riveli semivuota, è inevitabile. Per quanto mi riguarda, concedo molte soddisfazioni ai colleghi. E temo di non riuscire a far loro capire che, per me, si tratta di un motivo di vanto. Questa è la situazione, su cui bivaccano i manipoli del fascismo culturale che promuovono la nostra vita all’incontrario, nella quale le esigenze dell’economia e la gogna del lavoro sono considerati gli unici parametri in base ai quali regolarsi. Chi non ha lavoro non è solo un disoccupato o inoccupato ma anche un reietto. Lavorare non “stanca” più, lavorare è un imperativo etico, sociale e persino estetico. Il lavoro rende liberi e belli. Evviva. Il lavoro è una religione, come dice bene Antonio Saccoccio in un suo recente libro. Certo, qualcuno arcignamente mi obietterà che criticare il lavoro, in modo poi così generico, è non solo stantìo, ma anche ingiusto, considerato che senza lavoro non si campa. Considerato che il lavoro fornisce l’autonomia, è il fondamento della “cittadinanza”. Vero. Ma senza critica, una critica serrata, spietata, anche solo la remota possibilità che si possa intravedere all’orizzonte una società dove il lavoro, quello “alienato”, si intende, possa ridursi, sarà sempre più inverosimile. Certo, una quota di lavoro alienato dovrà, e a giusto titolo, essere distribuita come impegno sociale, a carico di tutti (pena l’essere non socialmente legittimati, come spiegava bene André Gorz), ma è del tutto chiaro che il lavoro umano è sempre meno necessario e che per renderlo tale occorre continuamente inventarlo o inventare crisi che simulino la sua mancanza: il lavoro, sembra incredibile doverlo dire ancora, lo fanno ormai in larga misura le macchine. Ed è del tutto necessario arginare quel mostro divoratore che è l’imperativo della “crescita”, su cui è fondata in larga misura la produzione di merci e lavoro del tutto superflui. Se le cose si allineassero con la costellazione dei nostri bisogni più autentici, al centro delle nostre preoccupazioni dovrebbe esserci un ben altro tipo di lavoro, lavoro creativo, autodeterminato. Di quello, un lavoro non retribuito, gratuito, frutto della pura volontà di creare, di agire -stante la congiuntura sulle cui logiche fittizie agisce l’ideologia di questo decrepito capitalismo-, si parla invece sempre pochissimo. Il lavoro lavoro, quello che garantisce ricavi ai “padroni”, quello invece continua a ricattarci, sottomettendoci alle sue sempre più raffinate tecniche di sfruttamento, di soggiogamento, di condizionamento profondo. Ma soprattutto al furto sistematico delle nostre vite e del nostro tempo che, come noto (ai più lucidi), è l’unica autentica ricchezza cui si possa seriamente aspirare. Tempo da scegliere e da dedicare a ciò che si ama, che ci appassiona, che ci soddisfa. Solo pochissimi privilegiati (a spese degli altri), o vagabondi e obiettori consapevoli spesso emarginati (sotto osservazione e pronti ad essere “recuperati” dai servizi sociali), oggi hanno la possibilità di esercitare la libertà di disporre di gran parte del proprio tempo. Tutti gli altri sono schiavi, schiavi anzitutto dell’ideologia dominante ma poi però drammaticamente di sé stessi, dei propri complessi, della propria avidità e della terribile congiuntura che li vede incapaci di reggere un pensiero che non sia già in partenza castrato dalle ovvietà del conformismo globale. Lavorare meno, lavorare tutti, lavorare meglio. E poi: non lavorare. Occorre ancora una volta rivolgersi a chi, da secoli, e specie da quando il lavoro, con l’avvento della civiltà industriale, è diventato quello che è oggi, cioè, paradossalmente, un valore (mentre non lo è stato pressocchè mai in alcuna altra civiltà compresa la nostra, almeno fino a che il fare non è stato sottoposto alla legge infernale del profitto), lotta contro il lavoro, per spezzare il suo rinato feticismo e per esigere ciò che ci è dovuto: il nostro tempo, la nostra libertà, il nostro desiderio. Da Gorz a Vaneigem, da Hakim Bey a Marcuse a Russell a Illich, da Kropotkin al “Gruppo Krisis”, da Nietzsche a Lafargue al recente Philippe Godard, occorre dire basta al culto del lavoro e rivendicare ancora una volta e poi ancora il “tempo liberato”, una (anti)pedagogia del “tempo liberato” che si muova violentemente in antitesi con l’ideologia massiccia che, dalle organizzazioni sociali alle imprese, alle istituzioni, ai ministeri, ci vuole inchiodare alla ruota del supplizio che da sempre, e non a caso, si chiama lavoro. Un tempo liberato che non emargini, tempo di tutti, tempo di vita, tempo di integrazione, tempo festivo, tempo di intense passioni. Occorre rovesciare un mondo fondato sulle esigenze dell’economia e sostituirlo, al più presto, con un mondo fondato sul desiderio, il desiderio irrinunciabile di riappropriazione, di godimento del proprio tempo. “si sente oggi che il lavoro come tale costituisce la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio d’indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità d’energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’ amare, all’odiare” (F.Nietzsche)