la gaia educazione

la gaia educazione

sabato 9 novembre 2013

Perché non li lasciamo riposare i nostri giovani "sdraiati"?



L’immagine dei giovani, quella che “gira”, l’immagine pubblica, spesso fabbricata dai cosiddetti influenzatori ma anche dagli “esperti”, è desolantemente falsa. Non tanto nella mera descrizione quanto nell’implicito giudizio che l’accompagna.

Questi giovani: indolenti, debosciati, vulnerabili, insoddisfatti, intolleranti ad ogni minima frustrazione, violenti o succubi, privi di norma, deboli, dediti ad ogni tipo di dipendenza, “sdraiati”.

Se ne possono contare tante. Il soggetto giovane è sempre stato un bersaglio ghiotto per la morale “adulta”, dai tempi di Seneca, e anche prima. Ma mai come oggi assistiamo ad un florilegio di rappresentazioni giudicanti, come se improvvisamente la gioventù fosse diventata irreparabilmente malata, disperata, morbosamente intrattabile.

Trovo tutto questo desolante. Non certo la gioventù, quanto l’immaginario che la concerne, prodotto dagli adulti, spesso adulti totalmente smemorati della loro stessa giovinezza. Oppure adulti del tutto incapaci di immedesimarsi in quell’età straordinaria e complessa.
Qui non voglio presentificare la bellezza della gioventù, Paul Nizan o non Paul Nizan, della quale già altre volte ho fatto l’elogio, un po’ controcorrente.

Qui mi interessano proprio gli adulti. I promotori della grande campagna interventista nei confronti dei giovani, quelli che da ogni dove incitano all’ascolto, al dialogo, alla presenza, al sostegno, al presidio, alla sorveglianza…prima che questi giovani non compiano qualche sproposito, con la droga, la malavita, la prostituzione e tutto il peggio che si possa immaginare.

Questi giovani che vogliono “godere tutto e subito”, godere sempre, ommioddio!
Questi giovani, come dice Michele Serra, ultimo arrivato nella schiera degli immemori moralisti, che “dormono” o stanno “sdraiati” sui divani con i loro Iphone e Ipad mentre i genitori lavorano. Accorruomo!

E’ bizzarro. Così come è invece rivoltante, questo è l’effetto che mi fa- ascoltare lo scandalo nelle voci di chi scopre che anche le ragazze delle famiglie “bene” –e quanto lo sottolineano quel “bene” – si prostituiscono. Fino a che a prostituirsi erano le o i ragazzi “male” non c’era così tanto allarme però. Forse non erano abbastanza all’erta quando molti centri del nostro sud erano, non molti decenni or sono, una meta di turismo sessuale per pedofili… (come oggi lo sono la Tailandia o certe località africane).

Certo, che la prostituzione diventi una “scelta”, anziché una necessità, magari per comprarsi una borsa o un paio di occhiali, fa scalpore. Come se tutti questi oggetti di cui i giovani appaiono tanto “dipendenti” non fossero propagandati in maniera furibonda per “far girare la nostra economia”! E come faremmo a ritrovare la famosa “crescita” senza questa mostruosa coazione all’acquisto?
Ma non voglio cadere anch’io nel moralismo, per carità. Lo vogliamo tutti il nostro “benessere”!

Eppure.
Ma che cosa vogliono questi neoiscritti all’imperituro caravanserraglio della nostalgìa? Saranno almeno cinquant’anni che la famiglia autoritaria è scomparsa, sebbene progressivamente. Con il suo rigore, con i figli che tacciono a tavola e che sgobbano silenziosi e chini nelle loro stanze preparandosi all’indomani. E grazieaddio!
Forse che quella era una buona famiglia, quella dove i figli tacevano e subivano, dove si allineavano e si adattavano al destino prescrittogli il più delle volte dagli altri?

Curioso. Eppure molti di quelli che oggi imperversano con il loro neonato moralismo, i nuovi padri e le nuove madri scandalizzati dai giovani, non sono gli stessi che spinellavano allegramente negli anni 60 e 70, che debosciavano in giro per l’Europa, che cantavano con i Beatles e i Rolling Stones di libertà sessuali, di liberazione dal lavoro e altre scandalose utopie sociali di questo tipo?

Forse no. Forse loro non se ne stavano sdraiati ad ascoltare la musica o a leggere libri sui divani. Loro accudivano la casa, andavano a fare la spesa e custodivano i fratelli minori con proba dedizione. Loro andavano a scuola e silenziosi sopportavano tutto, anche l’insolenza insipiente di tanti insegnanti, perché ben persuasi che dovevano soggiacere a quella mortificazione per diventare domani i seri professionisti di cui la società abbisognava per gonfiare i forzieri di banchieri e grandi imprese.

Forse erano parte di quella maggioranza silenziosa che non prendeva posizione su nulla (me li ricordo) tranne che sull’esigenza di lasciar studiare chi voleva studiare, ché dovevano mettere su presto famiglia e andare a lavorare, per fare progredire “questa nostra società”. Tutori già allora dell’ordine e della pace sociale, quella su cui campano e si ingrassano sempre gli stessi, peraltro. E che magari poi anche loro sono trionfalmente divenuti, grassi e rifatti, con buona pace degli altri che restano indietro, magari a sbrigargli, ubbidientemente, le faccende domestiche.

Oggi gli unici disposti a cooperare, a stare zitti e supini, anche nelle squadre di calcio, sono i poveri che arrivano dai paesi della povertà. Loro che si prostituiscono per pochi centesimi, loro che fanno i lavori umili, loro che ancora hanno padri e madri che li prendono a calci quando disubbidiscono. Loro figli di qualche cultura patriarcale ancora in piedi, per il bene nostro e della nostra santa ipocrisia.

Non ho alcuna nostalgia della cultura patriarcale, che peraltro è ancora bene inscritta nelle nostre mete sociali, nel nostro capitalismo distruttivo, nel DNA strutturale delle nostre scuole e dei nostri ospedali. Se i nostri ragazzi sono un po’ digiuni di patriarcato e sperimentano un poco la loro libertà, fosse anche quella di godere quei simulacri fabbricati dai loro adulti, beh, se fosse così, sarebbe già qualcosa.

Ma non è così. Nessun autentico godimento. Nessuna vera libertà. Solo un’ultima penosa moratoria prima di entrare nel terrificante mondo del lavoro, la grande e unica vera chiesa della nostra vita inginocchiata davanti al dio denaro. Fruiscono, loro figli privilegiati dei paesi dove la ricchezza del mondo si è concentrata a spese degli altri, di una pausa prima di entrare nell’ingranaggio, come lo chiamava Giorgio Gaber. Quello che trita tutti, specie quelli che poi tranciano giudizi immemori e ingiusti sui giovani.

E infine mi si consenta una considerazione più generale, direi addirittura esistenziale. I genitori si lamentano dei figli, del fatto che sono diversi da come dovrebbero essere, disubbidienti, pigri, debosciati. I genitori si lamentano che i figli non restituiscono loro l’amore che gli hanno donato…
L’amore che gli hanno donato…sarebbe interessante indagare caso per caso sulla natura e la qualità di questo amore, ma comunque.

Attenzione. Questo poteva ancora avere un qualche senso quando esisteva una società che interpretava i figli come un “dono del Signore” (o una maledizione), qualcosa che arriva, un’ineluttabilità, e che quindi viveva i figli, nella totale inconsapevolezza profonda di cosa si trattasse, come un dono e come un fardello. Ma oggi, almeno qui da noi, non è più davvero così. I figli sono il frutto di una scelta deliberata, volontaria, consapevole.
Fare un figlio è una scelta enorme, forse varrebbe la pena di ricordarlo agli immemori.
Mettere al mondo, questo mondo, qualcuno, non è un fatto banale. Per quanto mi riguarda non sono del tutto sicuro che risponderei sì alla domanda se avrei voluto essere messo al mondo.
La vita non è uno scherzo. Lasciamo queste favole ai cattolici. Vivere è anzitutto una faticaccia tremenda, un viaggio senza ritorno tra migliaia di ostacoli e di brutture, comunque vada.
Se uno mette al mondo un figlio io credo che debba fare di tutto per farsi perdonare, per desiderare che il proprio figlio viva al meglio possibile, perché sia sottoposto il meno possibile alle ferite e alla soggiogazione delle infinite prove che comunque dovrà passare.

Oppure gli è tutto dovuto (al genitore, e mi si perdoni l’ironìa)? I figli sono spesso definiti quelli del tutto-e-subito, del tutto-è-dovuto. E forse no? Devono aspettare? Fino a quando? Fino a quando diventeranno grandi e saranno stritolati da qualche lavoro ben ben alienato come quello che fanno la maggior parte dei loro genitori, tranne un pugno di privilegiati? Devono forse aspettare di diventare vecchi e malati (non a caso, secondo molte statistiche, l’età più felice della vita, quando trascorsa relativamente sani, forse perché finalmente si è liberi dai gioghi, quelli che ci autoprescriviamo continuamente: scuola, lavoro, famiglia ecc ecc.).
Credo siano interrogativi seri, che possano un poco almeno inquietare la nostra sicumera, quella di chi crede di sapere cosa vada bene per i “ragazzi” e le “ragazze”.

Per l’intanto, se li trovate sul divano, con l’Iphone, svogliati e assonnati, se fossi in voi mi assicurerei che siano divani comodi, che abbiano una coperta morbida. E li lascerei in pace, fino a che è possibile. Perché comunque, anche per merito vostro, non sarà a lungo così.

giovedì 17 ottobre 2013

Psicologizzazione o politica dell'educazione?



E’ di tutta evidenza che l’opinione sull’educazione è ormai totalmente delegata agli psicologi, con una nutrita rappresentanza di psicoanalisti (il che è di per sé bizzarro, visto le cattive acque in cui questo sapere ha sempre avuto fama di versare, dal punto di vista scientifico…).

Gli psicologi imperversano, dall’alto delle loro poltrone e dei loro studi clinici, diagnosticando, affabulando, prescrivendo. Il transfert dallo studio o dal centro analitico alla scuola, ai campi gioco e alle famiglie è globale e imperterrito. Veri e propri guru freudiani della sana educazione ci propinano le loro ricette a spron battuto.
La litanìa è nota: scomparsa (o evaporazione, nei più raffinati) del padre, legami duali con la madre o il materno, narcisismo, fragilità, vulnerabilità, disturbi e angosce, intolleranza alla frustrazione ecc. ecc.
I bambini e i ragazzi del nostro tempo sono figli della crisi della società patriarcale, incapaci di affermarsi e di spezzare il legame con gli affetti primari, deboli, insicuri e angosciati. Naturalmente, una vaga nostalgìa dei tempi passati si avverte :purtroppo le grandi isterìe e il masochismo sembrano finiti in soffitta per lasciare il posto alle sindromi identitarie e al “godimento” generalizzato con tutto ciò che ne consegue (debosciamento, violenza, disperazione). E tuttavia raramente si prescrive il ritorno all’autoritarismo paterno. Si raccomanda piuttosto una via di elaborazione intermedia, fatta di guida paziente, di dialogo e di rinascita comune di padri e figli all’insegna di una nuova alleanza.

Tutto ciò, non lo nego, non è privo di suggestione, per quanto queste analisi piene di generalizzazioni indebite appaiono poco aderenti alla molteplicità e alle singolarità.
Ma è anche facile capire perché godano di tanto credito e siano tanto amate da chi desidera influenzare l’opinione pubblica.

In esse, curiosamente, non compare mai alcun riferimento ad altro che non sia appunto la relazione umana, e in particolare la relazione famigliare, più o meno trasferita altrove, e responsabile di tutto. Nessun accenno alle strutture profonde dell’educazione, ai suoi spazi e ai suoi tempi, ai suoi fini ideologici, alle sue compromissioni politiche. Rari accenni alle grandi trasformazioni sociali, che alla fine sembrano esse stesse il risultato delle trasformazioni famigliari, e non l’inverso. Nessun accenno a quello che Foucault definiva dispositivo di potere, al reticolo di discorsi, di pratiche e di pressioni cui i bambini e i ragazzi sono sottoposti dalla loro precocissima presa in carico dalle istituzioni (che francamente rendono piuttosto esiguo il ruolo delle famiglie).
Si continua, con una retorica sconsolante, a sottolineare quanto il patriarcato sia in crisi a partire dalle sindromi identitarie dei giovani quando il nostro mondo e non solo più il nostro appare se possibile ancora più scatenato e feroce che mai nel suo impeto distruttivo, nella sua competizione irrefrenabile, nel primato di un principio di prestazione (tipicamente maschile e paterno, o fallico se si preferisce) che, con l’elogio unilaterale della meritocrazia, dell’eccellenza, e del profitto che si può ricavare dai “cervelli” più o meno in fuga, mai sembra aver goduto di tanta salute e consenso.

Ma no, i nostri bambini non sono figli soprattutto di tutto questo, di una società dove gli adulti sono come pescecani addosso ai quali abbiano gettato un pezzo di carne sanguinolenta, dove tutti sono centrati solo sul proprio successo personale, sulla propria salute personale, sulla propria salvezza personale, in barba a qualsiasi principio comune o “matristico”, per dirla con un linguaggio vagamente antropologico. No, il problema è la scomparsa dei padri.

Mi chiedo che cosa davvero vedano nel chiuso dei loro studi pagatissimi e aristocraticissimi questi professionisti dell’interpretazione. Certo, vedono i rampolli delle famiglie danarose con figli o figlie bulimici o anoressici, in preda al tentativo di sfuggire all’orrore per le proprie case dove padri filibustieri e madri alcolizzate (e viceversa) tentano a turno di ignorare la fatica di esistere dei figli che hanno messo al mondo. Oppure vedono giovani in preda al disturbo del deficit dell’attenzione per una scuola che tutto fa, fuori che tentare anche solo un poco di interessarli e coinvolgerli intorno a qualcosa che davvero abbia a che fare con loro.

Vedono male. Vedono poco. E seminano il dubbio che la colpa di tutto sia nelle relazioni affettive, come se ne esistessero ancora.

Forse occorrerebbe uno sguardo più politico, più smaliziato, capace di leggere la realtà su più piani, come per esempio faceva un filosofo “politico” in un celebre libretto che si intitolava “Educazione” ormai molti anni fa,Fulvio Papi, o Riccardo Massa, un pedagogista che certo non si faceva sedurre dallo psicologismo arrembante. Magari partendo dai piani più sfuggenti, come quello sì fortemente simbolico della distribuzione delle ricchezze, delle classi che, ahimè, ci sono ancora, anche se non hanno più lo stesso profilo di cento anni fa, dei dispositivi di potere, delle trame della merce, del denaro, del profitto, capaci di sagomare i nostri destini ben più di quanto non facciano nella loro frenesìa impotente i nostri poveri genitori.

Questa non è una società senza padri, è una società in cui la paternità si è tradotta nell’astratta ferocia dell’unico vero dio sopravvissuto, il denaro, è la società del profitto e dello scandalo di una competizione globale dove a soccombere sono tutti, tutti i deboli, cioè quasi tutti in fin dei conti, piccoli e grandi, dove non c’è pietà per nessuno, non c’è amore per nessuno, non c’è rispetto per nessuno e nessuna cosa. Valori questi ultimi che forse rinviano simbolicamente alle figure anche del padre e della madre, ma che soprattutto rinviano alla scomparsa di ogni tutela, ogni cura, ogni prossimità, ogni intimità, il che significa scomparsa di dimensioni dell’esperienza notturne, femminili, quelle sì, di cui non si sente neppure più implorare il bisogno, tanto appaiono impossibili e veramente interdette.

Mentre a “godere”, a godere sfrenatamente, sono sempre quel pugno di soliti, un pugno di privilegiati, che però tutti quanti (e confessiamolo!), a caccia di successo, si sogna più o meno smaccatamente di arrivare ad essere (e qualcuno ce la fa anche!).

Le scuole fanno il loro lavoro di sempre: rendere docili i corpi per un sistema pronto a stritolarli, con i suoi bravi insegnanti, pieni di buone intenzioni, di valori umani ma del tutto impotenti di fronte alle leggi dell’economia, quelle che continuano a sagomare il tessuto delle procedure che davvero contano, nelle scuole, al di là di ogni pia buona intenzione: gli esami, le interrogazioni, i voti, le schede, l’apparato enciclopedico e astratto dei saperi, il primato dei cervelli, l’immobilizzazione dei corpi, l’anestesia degli affetti, l’espulsione di ogni dimensione poetica, gratuita, dissipativa, perfino semplicemente interpretativa. Più che mai oggi scuole e università, ben oltre l’assenza o l’evaporazione dei padri, sono il luogo dove vige l’unica legge che governa tutte le autentiche politiche della formazione: quella che il vecchio Marx, e non me ne si voglia se oso citarlo ancora (sì lo so è morto ma allora anche Freud abbiate pazienza), definiva “accumulazione illimitata di capitale” (oggi noi, eufemisticamente, la chiamiamo “crescita”).

sabato 12 ottobre 2013

Basta con il trito rito della haute culture!



A C.T., intellettuale di strada incontrato nella mia lontana adolescenza

Come è estenuante il balletto della cultura, sempre così prevedibile, così aristocratico, così appartato! La pletora di conferenze, convegni, seminari, workshop, come si chiamano ora, è diventata incontenibile e, al tempo stesso, nel suo moto d’inflazione rovinosa, più che mai separata, vuota e malsana.

Un piccolo universo di esseri umani compiaciuti (e certo lo so, anch’io lo sono e lo sono stato ahimè) e persuasi di dominare il caos, che si raduna in luoghi invisibili a perpetuare rituali a dir poco logori e inservibili. Persone che gareggiano, lontani da tutto, a misurare chi è in grado di produrre il maggior numero di riferimenti difficili oppure semplicemente che si sfidano a farcire la propria prosa delle connessioni più vertiginose e improbabili. Occasioni dalle quali, il malcapitato che non appartenga al ristrettissimo circolo degli iniziati, può solo recedere confuso e mortificato.

Tutto questo non è davvero nuovo ma la misura della sua diffusione, anche esibita dalle molte vesti che essa assume nella rete, la rende oscenamente invasiva (quanto deludente).

Quando finiremo di abusare della conoscenza per farne un uso esclusivamente onanistico? Quando troveremo (di nuovo, perché talora qualcuno ci ha provato) il coraggio per promuovere solo opere davvero esplosive e degne di impatto verso un pubblico “in opera” e non “in vitro”, che sia altro dagli specialisti e rivolto a loro quando abbiano assunto la forma idonea a incontrarlo, sollecitarlo, inquietarlo?

Sia chiaro, le intenzioni buone, l’operosità emerita, la qualità eccelsa delle materie e delle elocuzioni, restano talora fatti evidenti, pur nel loro nascondimento.

E tuttavia trovo non sia più sopportabile il birignao degli intellettuali che ironizzano e prendono le distanze da tutto ciò che non è il loro peculiare e proprio-ombelicale punto di vista sul mondo. Non è più sopportabile la spocchia, lo snobismo, il cacofonismo delle loro loquele aristocratiche e impraticabili. I derridiani, i lacaniani, i deleuziani, i post e gli alter, gli psico e gli antro, i neo e i wu e i tiq e i qun.

E’ da quando mi ricordo che queste congreghe, non più popolari delle logge massoniche, celebrano le loro messe, senza alcuna convivialità per altro, al ritmo funereo della glossa e dell’ipercitazione. Capisco che la flemma pachidermica e l’arguzia poststrutturalista necessiti di spazi stretti e di pubblici eletti, nonché di una buona dose di autopunizione. E tuttavia mi chiedo se non si avverta l’esigenza di uscire all’aperto, di mettere corpo nei discorsi, di depaludare le prose e di sporcarsi in operazioni forti, finalmente visibili e sensibili. E non penso certo ai festival, marketing pur sempre recintati, buoni per turisti del sapere e lettori debosciati. Se non sia di nuovo il momento di fare cultura con un martello migliore, più rumoroso, meno autoriferito.

Vorrei filosofi neokinici che si ostentino alla folla, vorrei dei Savonarola, non certo i miti esercitatori delle miti ascetica stoica o edonistica epicurea. Vorrei sentir tuonare nei treni e nelle metropolitane, vorrei carri di affabulatori feroci che impediscano il traffico e sfidino il flusso frenetico delle merci. Non miserabili raduni di commilitoni sparuti nei retrobottega di librerie irreperibili anche sulle mappe più fini.

Vorrei immolazioni e orazioni, pubblica denuncia non via internet ma nelle strade, caravanserragli di un sapere detto e fatto su misura, nella forma dei luoghi, siano esse piazze, cortili, boschi o spiagge. Il filosofo che soppianta il dj in discoteca, sommergendo gli astanti con il verbo infiammato di Nietzsche o le poesie di Celan (magari con una musica autenticamente hard-heavy-metal). Vorrei sentire gridare le poesie di Pasolini o le insolenze di Artaud nei mezzanini della metropolitana, davanti alle caserme di polizia, ai caselli della autostrade, nei piazzali della grande logistica.

Vorrei vedere i filosofini, i critici letterari, gli psicantropi, armarsi di pennelli e di vernici e riprovare a scrivere sui muri le parole che scambiano tra loro al mercatino della vanità.

Vorrei sentire in permanenza voci forti e irriducibili scatenare la prosa antica e quella del grande teatro dell’assurdo davanti ai palazzi del potere, nelle piazze gremite, nei concerti di musica rock (qualche anno or sono le le lezioni in piazza ne furono un timido avamposto).

Se non altro, renderanno più forte la loro voce, più affilate e precise le loro parole, più soda e scura la propria carne, esposti alle intemperie e agli insulti ma anche alle ovazioni e all’abbraccio di qualcuno improvvisamente rinsavito, rinato, guarito!

E a chi crede alla scorciatoia dei magna media, delle televisioni e dei giornali, sappia che di lì il suo sapere ritorna letame ma letame sfatto, avvelenato e defunto. Di lì, dallo spettacolo massacrato dalla pubblicità, esce solo la morte, la Morte anzi, con la m maisucola, dalla quale non si torna indietro.

Dei seminari, delle conferenze, dei convegni dai quali mai è scaturito nulla, non si può più neanche sentire parlare. Occorre che chi sa, se sa davvero (e non fingo di non sapere che il sapere, per farsi, deve pure avere fermentato in qualche tiepido alambicco), faccia sapere, brandisca il suo sapere come arma, in giro per il mondo, all’aperto, non più il godemiché su misura per le agonìe dei “giusti” in qualche club privé.

venerdì 13 settembre 2013

Ancora su questa maledetta faccenda del desiderio a scuola



Non fosse che mi hanno intervistato (bontà loro) su questo argomento, di recente, avrei continuato a riposare per un po’ lontano dall’ignavia e dalla superficialità che regna su questa materia tanto imbarazzante. Ma le molto più imbarazzanti banalità che si allineano continuamente sull’argomento, mi provocano a scrivere ancora qualcosa, di breve, per ora, non foss’altro per meditare per conto mio sul problema.

L’inquietudine che circola sul caso di Saluzzo (insegnante che aveva rapporti sessuali, con sue allieve, di cui è ancora da dimostrare l’abuso, ma si vedrà), dimostra che questo è un tema sotto tiro perenne e attentissima sorveglianza, un tema “sensibile”, di cui si capisce poco, tranne forse l’evidenza della sua incoercibilità.

Si continua a ritenere, probabilmente con una certa ipocrisìa, che il desiderio sia un fattore del tutto componibile con le esigenze dell’ordine e della gerarchia. Ma questo è di per sé, con tutta evidenza, profondamente falso. Il desiderio non funziona così, se tale è. Certo, per molti, a un certo punto -saranno i cosiddetti “adulti” di cui parlano con eguale saccente miopìa scientifica i cosiddetti “giornalisti” (gente al soldo della norma, ovviamente) o gli psicoanalisti (pure loro stipendiati dalla norma)-, non è un problema tenere a freno il famoso destriero del Fedro. Usarlo addirittura. Certo.

Ma forse occorrerebbe finirla con questa pantomima. Nel corso di tutta la storia l’esercizio educativo si è accompagnato con il desiderio e anche la sessualità. Non voglio neppure ricapitolare per sommi capi una storia lunga millenni, fin troppo nota, dai rapporti di precettorato antichi, dalle ginnastiche doriche alla formazione ionica, alla copulazione sistematica nei collegi e nelle comunità anche religiose, ben vive e vegete anche ai nostri giorni, fino alla sessualità scatenata di tante scuole e scuolette contemporanee. Il rapporto educativo, se tale, è intriso d’eros, (desiderio e sessualità) appunto, sotto mille forme. Poi lo si può prosciugare e decontaminare, come ha tentato di fare la scuola laica, prosciugando però al tempo stesso ogni traccia di desiderio anche dal rapporto con il sapere (che è inevitabilmente segnato dalla traccia del vissuto di chi ce lo fa conoscere), e allora si ha un sapere distillato (nel senso dell’acqua distillata), insapore, incontaminato e inodore, del tutto privo di vita (come quello che propugnano gli ultimi e più micidiali epigoni della combriccola: i promotori dell’ e-learning).

Si dice, neanche in maniera troppo velata: la colpa è nella seduzione (Veladiano, Repubblica). Occorre contenere la seduzione. E’ un’affermazione che ha dell’incredibile. Non foss’altro che viviamo nell’epoca della seduzione scatenata, quella perniciosissima e priva di corpo della mediocrazia (dei media e del mediocre), che ad ogni angolo ammicca e ci lusinga con le sue profferte sempre stracariche di allusioni sessuali (nei confronti delle quali, beninteso, non c’è nulla da scandalizzarsi: è da sempre che le cose funzionano così: non è sempre stata comunque la bellezza a richiamare la fede/fiducia delle persone?).
Non foss’altro poi che tutti noi insegnanti dobbiamo sempre più lusingare il pupo pena la squalifica da tutte le classifiche di accettabilità delle nostre proposte educative, ben valutate da plotoni di studenti e studentesse vogliosi finalmente di rendere la pariglia a chi da sempre e senza alcuna temperanza ha valutato loro…

Ma la cosa è poi ancora più assurda proprio in tanto e in quanto non è concepibile alcun appello al sapere che non passi attraverso la seduzione. Seduzione, condurre verso, verso di sé, certo, beninteso, anche. Chi affascina, intorno al sapere, non può, in virtù di non si capisce bene quale torsione psicofisica, assentarsi dalla relazione che instaura comunicando la passione verso l’oggetto. Le due cose fanno tutt’uno. Amo la materia e chi me la fa conoscere, perché la amo proprio in virtù del fatto che qualcuno mi ha, con il fascino che emana anzitutto da lui, soggiogato. E’ inscindibile. Dopo di che, certo, non è detto che l’eros debba essere agito.
Nella storia esistono però infiniti rapporti, nati all’insegna dell’ammaestramento, che si sono tramutati in amore anche reale, che non sempre sono apparsi distruttivi, corruttivi o abusanti (almeno da Eracle e Iolao). E del resto chi è in grado di stabilire con certezza quando si tratta di abuso?

I ragazzi sono spesso costretti o indotti persuasivamente ad accusare i loro sventrapapere o i loro iniziatori, se si preferisce un linguaggio più allusivo. Ma chi conosce il teatro profondo dell’educazione sa che le cose raramente sono così chiare e che chi seduce è spesso il sedotto e che questa embricazione è anch’essa, nella maggioranza dei casi, ineliminabile. E non mi si parli di minori e maggiori. I minori, minori certo entro certi limiti ovviamente (non parliamo propriamente di infanti: il loro eros elfico e selvatico presenta ben altra texture e necessita di ben altra elaborazione), maneggiano l’arte poliedrica della seduzione spesso meglio di chi da tempo si è assuefatto al grigiore delle routine e delle sublimazioni (tanto amate dai nostri sordidi asceti: di ciascuno di essi vorrei conoscere il curriculum personale e scoprire dove e quando ha smesso, se ha smesso davvero, di desiderare la seduzione e di essere sedotto o seduttore).

Insomma: occorre dirsi la verità, e poi, a partire dalla verità, e cioè dalla necessità organica del desiderio nell’esperienza vitale e integra dell’educazione, come delle molte altre esperienze autentiche dell’esistenza, cercare di capire cosa può essere ammesso e cosa meno, e soprattutto come. Occorre fare i conti con i corpi, con i desideri, con la bellezza, con il sapere come sapore, profumo, materia seducente e non scarnificata architettura di crisalidi vuote come certi libri e certi presunti sapienti. Occorre saper leggere l’eros nelle sue infinite sfumature, nei modi infiniti con cui può essere diffuso e integrato nell’esperienza educativa anche senza tramutarsi in diretta esperienza sessuale. Ma anche come la sessualità può concorrere a umidificare e animare la scena educativa, nelle molte forme che essa può assumere. I grandi itinerari spirituali conoscono bene l’implicazione sessuale di ogni autentica via di conoscenza. Perché non la debbono conoscere i nostri impresentabili programmatori scolastici?
Quando finalmente il sapere sessuato, e la sessualità stessa, diverranno argomento di condivisione -non dominato dalle preoccupazioni igienico-sanitarie vili e fraudolente di medici e psichiatri assoldati dalla moralina diffusa-, ma proprio di sapere, nel senso pieno del termine, ricco di storia, di immagine, di pratiche, di esercizio?

Probabilmente quando si leveranno dai cabasisi tutti questi moralizzatori da quattro soldi, stipendiati per dire ovvietà del tutto vacue quanto inutili. Quando a fare, insieme, l’esperienza del sapere saranno uomini e donne viventi, sofferti, iniziati all’autentico desiderio di conoscere, che necessita di un magistero che francamente con il guazzabuglio indegno di questa nostra scuola poco ha a che fare! E che finalmente potranno incontrare bambini e ragazzi ancora vivi, nel fiore dei loro anni, pronti a non derubarli del loro diritto ad essere e desiderare e fare e esprimere e sperimentare ma che sapranno corrisponderli davvero, senza paura di nulla.
Del resto parliamoci chiaro. Senza eros -l’ultimo segnale di vita nella rampante macchinizzazione totale (e non certo quella delle macchine desideranti!)-, per noi è davvero finita.

domenica 14 luglio 2013

Piccolo elogio dei piaceri



Non si tratta più di interpretare il mondo, ma di viverlo, anzi di copularlo…

Copulare il mondo: aderire corpo a corpo, pelle a pelle, umidità a umidità, sfregarsi e carezzare. La vita come manifestazione fisica del mondo, contorno delle cose, della natura, dei luoghi e della materia, in cerca di armonia. Il simile ama il simile, la mano cerca il piacere del contatto con la pelle del mondo, morbidezza e flessuosità che si rispecchiano nelle materie morbide e flessuose, nelle tinture corporee della sabbia, dei legni, dei metalli ambrati. L’inumidimento e il bagno, il giacere e il penetrare, l’accogliere e il trattenere. Lottare con le asperità fino a indebolirne la resistenza, lasciarsene impregnare.

Lo sguardo che cerca requie nell’ombra e l’eccitazione nell’immenso. Che fruga gli interstizi del bosco e si acquieta nelle radure. Sguardo in cerca di calma ma anche di tessiture molteplici, di iridescenze, di vertigini opaline. L’orecchio che vuole essere riempito dalla risacca marina, dal gocciolare invernale della neve che si scioglie. Che è invaso dal vento tra gli alberi e che vibra con le palpitazioni e i pulviscoli sonori della musica. Aderire al corpo degli esseri, pietre, prati, rami, pavimenti in legno, in tessuto, tappeti, letti di piume e di gomma di lattice. Il mondo come corpo femminile, misterioso e tondeggiante, seducente e provvisto di aperture umide, cosparso di miele, mercuriale e sulfureo, intensamente profumato, saporito. Corpo maschile, teso e ripido, irsuto e combattivo, agitato e eretto, capace di strette violente e di lunghe selvagge penetrazioni.

Percussione del corpo sul tamburo della terra, frenesia e eruzione di piacere. Il terreno come letto dove giocare, lottare, amare, dormire. Come rifugio, come nido, come culla. I piaceri della superficie, esterni, solari, asciutti, nitidi, di vista e di contatto, accurati, sorvegliati, padroneggiati. I piaceri del profondo, umidi, notturni, di odore e di sapore, vulnerabili e diffusi, lenti e abbandonati, imperscrutabili.

La farmacia del vivere contempla infinite soluzioni. La controeducazione non predilige solo una parte del caleidoscopico mondo dei piaceri. Il suo perno di gravitazione resta l’esultanza mista e sfarfallante, la variazione e la ciclicità in affinamento. Ogni manìa, seguendo Fourier, va assecondata, e la mensa, per non dimenticare Sade, ha più di seicento portate. Dunque sia affermata l’erotica solare ma non meno che ad essa si avvicendi l’erotica notturna, alla danza dionisiaca si alterni la meditatio contemplante e la vasca di fluttazione onirica.

E dunque piaceri della superficie, solcare le pelli, le pagine, i crinali salati di spiagge e il vello ispido delle pinete. Scivolare sui corpi, aderirvi, massaggiarli, corpo del sapere, corpi eccitati e inumiditi dal piacere. Piacere solare dello sforzo, dell’esposizione, della voce proiettata nello spazio. Piacere del movimento, della danza, della lotta, del gesto condotto al vertice della sua eleganza. Piacere del contatto, dell’attrito, dell’urto. Piaceri dell’intreccio, del viluppo, del rotolamento. Piaceri dello sprofondamento, dell’accensione di un’accoglienza ipersensibile, modulazione lenta di posizioni per intercettare l’infrasonico e l’ultravisibile.

Piacere del sonno, dell’immersione fantastica, della contemplazione a occhi chiusi. Piaceri di pura regressione, dell’oscurità assoluta, del tuffo silenzioso in ambienti impermeabili al rumore e alla luce. Piacere del reinfetamento. Piacere di sostare, di arrendersi, di piegarsi pigramente nell’ombra.

Piaceri della lettura e della visione, visione di immagini statiche, in movimento, piacere del cinema, delle fotografie, piacere del foglio scritto. Piacere del cibo, della bevanda, piacere dell’ebbrezza nelle sue gradazioni molteplici, per elisir, per sostanza, per abissi corporei.

Piaceri e ancora piaceri…

martedì 25 giugno 2013

Non fare



Sempre più il non fare mi pare l’unica via di uscita. Non solo come pratica terapeutica antica mirante a una qualche forma di equilibrio psicospirituale. Quanto soprattutto come reazione, come gesto sovversivo nel tempo dell’affaccendamento totale.

Davanti all’agitazione convulsa che muove gli umani in ogni dove nella più radicale confusione e nell’oblio evidente di un qualche straccio di senso che ne orienti l’agitarsi, sento l’impulso al non fare come la risposta necessaria e ineludibile. Opporre il non fare, l’indifferenza alla domanda di agire, lo stare fermi allo sbattere di farfalle impazzite attorno ad una fonte di luce artificiale che non ha nulla di buono da regalare, se non la morte.

Mentre tutto ci chiede di fare qualcosa, sempre, costantemente, non solo gli attori esterni, ben noti, del nostro assoggettamento ad un agire vano, ma anche il tumultuoso esercito interno dei sostenitori del nostro successo professionale, sociale, commerciale. Il più pericoloso, come è noto, quest’ ultimo, camuffato da nobili voci interiori che ci tempestano rimproverandoci di non fare mai abbastanza, di non riuscire mai a “ottenere” abbastanza, di non essere mai abbastanza “riusciti”, “arrivati”, “compiuti”. Di fronte a questo duplice plotone di gerarchi del nulla, arrembanti fuori e scatenati dentro, più tutto il prossimo che ci incalza con la miseria ossessiva delle infinite preoccupazioni quotidiane, di fronte a tutti questi, con impietosa e algida noncuranza, occorre imparare ad opporre la sovrana negligenza del non fare.

Meravigliosa statura di diserzione che finalmente pacifichi il nostro moto inconsulto, che consenta di pensare ma anche di non pensare e di distillare dalla pazienza dell’attesa un desiderio sufficientemente autentico da essere semplicemente diverso da quelli sovraalimentati dalla corrente ad altissimo voltaggio dell’orgia societaria. Un desiderio che ci faccia trasalire per la sua sorprendente aderenza a qualche traccia di sensibilità davvero radicata nella nostra intimità, sempre che sia da qualche parte sopravvissuta. Ebbene qualcosa del genere non può che nascere dall’assoluta interdizione al fare, a quel fare del tutto eterocondotto anche quando lo si ritenga al servizio della nostra affermazione, e che proprio allora semmai riconosciamo nella sua falsità fatalmente perversa.

Nessun bene, nessun successo, nessuna posta in gioco, solo l’ascolto affinato del desiderio ultimo, ormai quasi inattingibile, che giace da qualche parte in un sottosuolo non più frequentato della nostra vita.

Ai superiori gerarchici che ci scrutano attendendosi qualcosa da noi, ai colleghi, che ci sollecitano alla corsa, alla competizione, o che ci sgambettano e ci ostacolano dando però l’esempio di quanto ci si debba mobilitare per apparire vivi e attivi, ai parenti, alle compagne e ai compagni che ci vogliono in azione, di solito un’azione che serva le loro fantasie o i loro bisogni, a tutto l’esercito dei nostri minacciosi portavoce superegoici, a tutti i luogotenenti del corpo al lavoro e sotto il giogo della fatica, occorre contrapporre il serafico ma splendido atto del non fare.

Atto per sottrazione, atto di purificazione, atto di scomparsa, di assentamento. Atto inetto, inadeguato e inatteso. L’atto più difficile per noi dipendenti dall’affaccendamento, ma tanto più soddisfacente quando lentamente si afferma come avvento del meraviglioso, avvento, nel panorama bonificato finalmente dai flussi frenetici del nulla, di uno o due gesti davvero voluti, di una o due azioni quintessenziate carpite al fondo invisibile nel quale erano rimaste confinate e soffocate dal turbinante divenire del nostro autodafé.

giovedì 16 maggio 2013

I nuovi "untori"



Una nuova barbarie si diffonde nella civiltà contemporanea, una nuova stirpe di untori: i Patologizzatori. Sempre al lavoro, infaticabili, irreprimibili. Devoti alla religione della classificazione e della normalizzazione, nuovi sacerdoti della bonifica di ogni sporgenza, di ogni divergenza, di ogni irriverenza, sono sempre pronti a secernere nuovi nomi per improbabilissime sindromi ma soprattutto a esercitare l’ufficio di scatenare la colpa e di mettere in cura, in pentimento, in redenzione, tutti coloro che sono in qualche modo incappati in una manifestazione di intemperanza o di eccedenza. Foucault ce lo ha spiegato per il dritto e per il rovescio che l’esercizio del potere, della repressione e della marginalizzazione di ogni espressione dell’essere altro sarebbe passato, anzi è ormai passato dalla tortura, dalla sanzione, dall’interdizione, dall’esclusione alla patologizzazione e alla cura. Ma nessuno sembra in grado di difendersi da questo virus contagioso, da questa forma subepiteliale e ormai pervasiva di sorveglianza e di manipolazione continuata e scatenata.

E’ persino troppo facile mettere alla berlina i professionisti più indomiti di questa campagna, i professionisti della medicina, al soldo dell’industria farmaceutica e dell’ipnosi di massa. I nostri cari medici, succubi e complici della sistematica diffusione di paranoia nei confronti del più piccolo disturbo che si manifesti sotto la forma di comportamenti definiti disturbati ma soprattutto disturbanti. Di un tale esercito di poliziotti in càmice, l’exploit più eclatante è indubbiamente quello che ha visto e vede tuttora milioni di bambini esposti all’insolenza della diagnosi di disturbo di iperattività e deficit di attenzione. Un nome che da solo partecipa del delirio di chi l’ha prodotto e che prende di mira tutti quelli che si comportano, specialmente in luoghi di coercizione e di annoiamento sistematico come gli istituti scolastici, con l’unica reazione ragionevole: avere crisi di agitazione e rifiutare qualsiasi invito a chinarsi sopra oggetti il cui interesse è pari a zero.

Eppure qui è in atto una guerra, una guerra terribile, la cui posta è la salute psichica e fisica da un lato di bambini e ragazzi ma anche il loro diritto a esprimere la propria ribellione, la propria singolarità, la propria differenza ora e per sempre. La testimonianza del tutto comprensibile che la diffusione di un tale supposto disturbo offre dell’incredibile fallimento dell’istruzione scolare a farsi prendere sul serio è solo uno degli aspetti che dovrebbe porci in guardia da un complesso reticolo di azioni patologizzanti poste in atto da tutti gli stakeholder di un sistema che tollera sempre meno la particolarità e vorrebbe mettere sotto farmaco (carpendo spropositati guadagni da ciò) tutti i renitenti ancora in circolazione.

Senza ora entrare nella disamina, doverosa per altro (invito a farlo), della diffusione di malattie inesistenti che camuffano tuttavia il proposito di normalizzare il diverso oppure semplicemente di rendere insostenibile il più piccolo disturbo in modo da poterne quanto prima mercificare la cura, appare ben più subdola e preoccupante un’altra genìa di untori e patologizzatori in grande auge: gli psicologi.

Sono essi oggi i più scatenati nel rilevare le disfunzioni dei bambini, dei giovani, ogni qual volta manifestano quel giusto diniego di fronte ai compiti loro prescritti da istituzioni fatiscenti e per nulla più (se mai lo fossero state) credibili e affidabili quali famiglia e scuola. Di fronte a ragazzi svogliati, poco propensi a chinarsi su libri e offerte di educazione palesemente imbarazzanti e impresentabili, oppure che in famiglia appaiono desiderosi solo di negare ogni contributo alla farsa relazionale chiudendosi nei loro rifugi antiatomici per guadagnare uno spicchio d’avventura e di libertà, per quanto simulacrale, nella rete, oppure ancora pronti a buttarsi su qualsiasi dipendenza li possa separare dal brodo insostenibile di padremadre e insegnanti lobotomizzati; ebbene di fronte a ciò, del tutto comprensibile e perfino auspicabile ad un occhio che non voglia il loro male e la loro conformizzazione integrale, ecco levarsi la schiera di psicologi e associati pronti a far sferragliare la consueta chincaglieria di sindromi puberali, di disadattamento, di disturbi narcisistici e altre inusitate diagnosi tutte tese a patologizzare il pupo per renderlo prono ad ogni nuova azione di supplizio terapeutico affinchè ritorni, lobotomizzato a dovere, ai compiti quotidiani con indomito spirito di sacrificio e malleabile passività (come il povero McMurphy in Qualcuno volò sul nido del cuculo.

E’ questa una guerra che deve vedere ogni spirito ancora libero combattere colpo su colpo all’offensiva terrificante dei patologizzatori, delle loro diagnosi, delle loro terapie e del mondo che dietro di loro si profila, puro distillato dell’uniformazione totale. Non permettiamo che si vaccinino i bambini e i ragazzi, che vengano disboscati, igienizzati, candeggiati, insomma educastrati e psicosvuotati dall’esercito dei patologizzatori al servizio del nulla.