la gaia educazione

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mercoledì 11 ottobre 2017

Come restituire l'aria ai ragazzi e alle ragazze di fronte alle provocazioni della paranoia generalizzata (avanti con l'educazione diffusa!)




Reagire alla morte di un bambino che esce da scuola e viene ucciso dal traffico con la proibizione di uscire da scuola per tutti se non accompagnati, sarebbe come proibire a tutti l’uso dell’asciugacapelli solo perché a qualcuno, accidentalmente, è caduto nella vasca, folgorandolo.

Alla paranoia generalizzata di una società che in cambio di una salute micragnosa e ridotta ai minimi termini concede una libertà di esistere sempre più controllata e soffocata, occorre contrapporre un vero e “salutare”, questo sì, diritto a correre qualche rischio in nome della possibilità di fare esperienza, di essere sottratti alla vigilanza perpetua e alla interiorizzazione di un gigantesco apparato di prevenzione che non permette più a nessuno neppure di respirare serenamente.

Prevenzione sì ma non della vita, e in specie della vita dei ragazzi, costringendoli alla sorveglianza perpetua. Semmai preoccupazione per reimparare ad ospitarli, a rendere possibile il loro passaggio e il loro soggiornare nel mondo. Occorre preservare i luoghi dove essi si muovono, i loro percorsi dai ritmi imbecilli di un mondo adulto che non sa neppure più chi siano e cosa vogliono i suoi cuccioli. Che è più tranquillo sapendoli rinchiusi e vigilati mentre eseguono compiti che non hanno desiderato né scelto piuttosto che mentre vivono e si esprimono nella pienezza delle loro possibilità.

L’autonomia dei ragazzi è un bellissimo ideale, proclamato da tutti, un po’ come la partecipazione e la cittadinanza attiva. I proclami che riguardano l’educazione sono tanto lontani dalla realtà quanto la condizione effettiva dei lavoratori dalle belle idee sulle politiche del lavoro e dell’occupazione.

Ma i bambini vivono una situazione particolare, persino peggiore. Si pretende che imparino a vivere nella società venendone separati, chiusi in luoghi dove la società è ridotta a una caricatura, dove le loro libertà sono in gran parte soppresse (persino quella di provvedere ai loro bisogni fisiologici in molti casi, come andare in bagno quando ne hanno bisogno) e la loro possibilità di partecipazione, decisione e creazione sono pure illusioni.

Ora anche all’uscita di scuola debbono essere presi sotto scorta, perché inabili a muoversi nel mondo (essendo stati privati da sempre del diritto di farlo e incapaci di decodificare i segnali di pericolo che la realtà invia loro) .

Questo delirio, ahimé in crescita, va fermato, anzi invertito.

Occorre permettere a bambini e ragazzi di rientrare nel mondo come attori, soggetti e collaboratori. Deve essere ripristinato il loro diritto a conoscere il mondo direttamente, a imparare ad abitarlo, a osservarlo, a esplorarlo e intervenirvi in modo da poter essere quanto prima in grado di orientarsi al suo interno e di fare scelte che siano consonanti con le loro autentiche esigenze di affermazione personale, di sviluppo dei loro talenti e di partecipazione alle politiche che li riguardano.

Permettere ai ragazzi di andare a scuola e tornare da soli è solo un diritto microscopico, una feritoia nel controllo pervasivo e capillare delle loro vite, uno spiraglio nella prigionia adulta a cui sembrano condannati per un tempo del tutto sproporzionato alle loro capacità potenziali (sempre che siano esercitate e sviluppate).

Occorre dire di no alla paranoia generalizzata, al gioco idiota delle responsabilità scagliate dagli uni sugli altri senza mai prendere in considerazione seriamente i diritti minimi di ossigeno e libertà dei nostri bambini e dei nostri ragazzi, alla prevenzione come annichilamento della vita nel suo germogliare, crescere e moltiplicarsi.

martedì 27 giugno 2017

Il cellulare: postnichilistico e preapocalittico




Che cosa è il cellulare? Chi è? Cosa rappresenta?

Guardiamolo, questo piccolo oggetto, così maneggevole, così carezzevole, così sensibile e obbediente.

E’ minuscolo, vitale, responsivo, sta in una tasca di qualsiasi vestito, si illumina, basta sfiorarlo per entrare in contatto con lui e le sue migliaia e migliaia di possibilità.

E’ forse una bacchetta magica, la lampada di Aladino, che risponde allo sfregamento liberando un genio capace di realizzare i nostri desideri? Questo piccolo prodigio della tecnologia umana -o forse si dovrebbe dire dell’alchimia umana, se l’alchimia potesse essere piegata a scopi di soddisfazione pura come forse avrebbe voluto Faust e tanti altri adepti della pietra filosofale poco iniziati -, questo dispositivo non si può negare che possieda un alone magico.

Lo sfreghi, lo diteggi, lo palpi e lui ti dice tutto quello che vuoi sapere, ti indica dove rivolgerti per ogni desiderio e, spesso, riesce a soddisfarlo seduta stante. Vedere un parente lontano, parlargli, avere un libro, subito, in pochi semplici movimenti, leggerlo, annotarlo, avere una ricetta (strano che non te la prepari), individuare un ristorante vicino a te, o un servizio di terme, o di massaggi, o sessuale, reale ma anche virtuale. Ti permette di giocare, di investire in borsa, di diventare più o meno chi vuoi nelle sue infinite simulazioni sempre più simili alla realtà, ti permette di comprare qualunque cosa senza muoverti dalla tua comoda poltrona, di vedere ogni genere di donna o uomo e di potervi accedere, con le infinite applicazioni per gli incontri, gli intrecci, assecondando le manifestazioni più particolari e inconfessabili delle tue manie.

Si potrebbe passare giornate a elencare i suoi meriti, le sue possibilità, le infinite finestre che spalanca sul mondo, senza però ancora obbligarti a entrarvi fisicamente in contatto, sebbene molte delle avventure che cominci attraverso di esso possano costarti caro: il baratro delle spese e delle perdite d’azzardo, la diffamazione, la navigazione in acque sempre più torbide, fino ai bui scantinati della rete, dove puoi incontrare il tuo volto sconosciuto e quello dei tuoi simili più abominevoli.

Il cellulare è tutto in un certo senso. Non riduciamolo alla condizione di pura virtualità. Il cellulare spalanca le porte del reale, te le fa scoprire, è il terminale da cui puoi partire per viaggi e imprese, anche solo conoscitive ma in molti casi molto concrete, sincerandoti prima, sempre che non ti vogliano truffare, che i luoghi che hai traguardato o gli oggetti che hai ammirato attraverso la tua personale finestra, siano veramente molto simili a quelli che davvero desideri.

Il cellulare è piccolo, facilmente occultabile, il suo schermo è sempre più sofisticato, può condurti ovunque, senza fatica, per pochi soldi. E’ alla portata di tutti. E può mostrarti tutti i tipi di soddisfazione. E farteli godere. IL cellulare è la via alla soddisfazione dei desideri, intimo, confortevole, tuo. Tu con il tuo cellulare sei già tutto. Certo devi avere cura non cada nelle mani sbagliate, lì c’è la tua carta d’identità in un certo senso, non le maschere che indossi quotidianamente per fronteggiare il caos del reale, lì ci sei tu, nella nuda esposizione delle tue manie e dei tuoi desideri.

E oggi, in epoca postnichilistica, quando tutte le parodistiche costruzioni di credenze, gerarchie di valori, metafisiche, punizioni e ingiunzioni universali, giudizi finali, sensi di colpa e di peccato sono finalmente dissolti, lì puoi davvero essere come Dio, o quasi. Una buona imitazione.

Nulla ci può separare dal godimento e il cellulare lo rappresenta in tutte le sfumature possibili, allargando enormemente anche la nostra povera fantasia, offrendo sempre di più e spesso, sempre più a buon mercato.

Il cellulare è il dispositivo del godimento, subito, o tra molto poco. Grazie alla geolocalizzazione può permetterti di setacciare il tuo territorio, alla ricerca di tutto ciò che ti possa soddisfare, in incognito, grazie agli pseudonimi, ai nickname, a un po’ di maquillage, oppure più libertinamente senza veli, tu, finalmente quasi onnipotente.

Perché indignarsi? Al contrario, dovremmo rallegrarci! Fine dell’ipocrisia, fine delle mascherate, delle interpretazioni spesso grottesche di ruoli che non vogliamo, che non ci calzano. Finalmente un miglior impiego del tempo, dell’energia. Voglio conoscere qualcuno che venga in bicicletta con me? Scopro un gruppo su fb. Voglio scambiare foto di cadaveri? La selva dei siti satanisti e necrofili è fittissima. Voglio mangiare, guardare, scopare, collezionare video degli anni 70, figurine, fare la lotta con le amazzoni, in quella piccola scatola c’è tutto, perché affaticarsi. E non solo. Cercando si trova. Si trova qualcosa che non era stato pensato, qualcosa che non si era immaginato. E’ avventura, deriva, eccesso, trascendimento.

Forse non sappiamo ancora creare un mondo a immagine di ciascuno di noi, come certa narrazione fantascientifica talora ci fa immaginare ma ci siamo molto vicini.

Si tratta di un’utopia. Parliamoci chiaro. Specie in un reale che, non sappiamo se in conseguenza o come causa, si fa sempre più deserto, invivibile, contaminato, corrotto. Come orientarsi nel deserto del reale, dopo la fine di tutte le dottrine morali, di tutti i catechismi, di tutte le guide per perplessi o meno?

Con il cellulare. Nessuna angoscia metafisica, un filtro puramente funzionale: vuoi giocare d’azzardo, puoi farlo da dove ti trovi o entrare in gruppi, vuoi sparare sentendoti parte di una gang e vivendo avventure impossibili? Perché no? Osa, liberati, spingi, la vita è breve, finita, godi ora perché domani non puoi sapere.

Il cellulare è un buon inveramento del materialismo utopistico del ‘700. Fine delle ideologie, delle fedi, di qualsiasi Dio, l’avvento dell’uomo come orfano di un destino di riscatto e resurrezione ma finalmente padrone di sé, unico responsabile del suo esserci.

Qualcuno ci controlla? Ci vedono? Ci registrano? Sappiamo bene ormai che la macchina del profitto non è interessata a giudicarci quanto ad allestire nuovi scenari di godimento. Più intercetta i miei desideri più mi sarà vicina per farmene trovare di simili, per titillarmi con altre offerte, per allargare lo scenario.

Sarò io a pilotare l’offerta, -non c’è più bisogno di indurre i bisogni!-, sarò io a indurli, andando finalmente a fondo ai miei desideri, anche quelli impresentabili, che conosceremo soltanto io e l’ignoto addetto alla mia soddisfazione, complice tramite cookie, ben venga il cookie! Farò io la tattica della mia vita quotidiana, già so che se sceglierò quel bene, se solo lo cercherò, a poche ore me ne saranno presentati altri mille analoghi, ovunque io digiti, o sfreghi, o clicchi.

Dunque finalmente guardiamolo per quello che è questo oggetto, questo incredibile prodigio, e facciamocene una ragione, chi davvero vorrebbe privarsene? E per che cosa? Per tornare ai vecchi telefoni, per tornare alle ricerche infinite, quando per farsi una bibliografia (per esempio), bisognava fisicamente andare in cento biblioteche e trovare molto meno di quello che si può trovare con pochi tocchi e sfregamenti?

E poi in nome di che cosa? Del reale? Il reale, questo sconosciuto, non foss’altro perché i prospettivismi e ogni banale sociocostruttivismo ci ha finalmente dimostrato che non esiste alcun reale!

Certo, a volte, a stare troppo attaccati agli schermi, può capitare di andare addosso a qualcuno, a un palo, a una macchina, a un bambino che cammina per strada. E’ solo questione di tempo: presto i cellulari avranno i sensori di ostacolo direzionali. Ce li ficcheremo dietro un orecchio, come già stanno sperimentando e fotograferemo il reale con le notizie che ci arriveranno dritte nella memoria. Di ogni persona che incontreremo per strada sapremo vita, morte e miracoli, secondo schede predisposte dall’utente si intende, oppure chissà, grazie a password molto più care, potremo entrare nella memoria dei suoi tracciati e vedere fin dove si è spinta la sua audacia o il suo orrore. Potremo decidere se frequentarlo o meno, se è libero o meno, se è disponibile, secondo un rapido sistema di stimolo-risposta.

Quando penso alla verità e ai suoi fondi, alle sue profondità, mi viene sempre in mente quell’ormai vecchio film di Tarkovskij, Stalker, in cui tre tipi umani vogliono raggiungere il luogo dove si realizzano i desideri. Ma sono uomini di un altro tempo, ancora aggrappati a dei valori, o anche solo alla loro rifondazione. E nessuno avrà il coraggio di entrarci, nel luogo, nella stanza. Anche perché, come dice uno dei tre, lo Scrittore, “non vorrei vedere uscire lo schifo che c’è dentro di me”.

Ma chi ha paura ormai del proprio schifo? E poi schifo agli occhi di chi? Per noi postumani…

Come comportarsi allora con questi straordinari analizzatori della nostra verità, delle nostre pulsioni come dei nostri camuffamenti?

Vogliamo proteggere i bambini? Gli adolescenti? E come fare? Noi lì immersi nel brago digitale e loro a digiuno. Occorrerebbe creare dispositivi per bambini, per i quali si prevedano continui divieti d’accesso almeno nei gironi più infernali della grande beneficenza visuale e interattiva. Ma in cambio di che cosa? Degli scenari appetibili e affascinanti che abbiamo preparato per loro? A cominciare dal deserto della scuola? E dal deserto delle città? E dal deserto di molte famiglie? E del lavoro? Che cosa abbiamo da offrirgli per distoglierli dal gioco più divertente e inesauribile, appena a pochi millimetri dalla possibilità di farne un tracciato vitale in continua espansione? E noi poi? Siamo forse meglio? Chi è meglio lanci la prima pietra!

Se proprio non vogliamo però questo mondo di godimento individuale, un po’ atomizzato certo, un po’ disperato forse, come ogni forma di dipendenza del resto, e questa è una dipendenza dai mille volti, dobbiamo pensare un’alternativa credibile ad esso.

Occorre rifondare un reale degno di essere esperito, vissuto, goduto, collettivamente, se non ci piace l’individualismo, ma per questo c’è parecchio da fare, perché tra cellulare e reale bruto c’è una sorta di corrispondenza inversa. Più si impoverisce l’uno e più si arricchisce l’altro. E di sicuro oggi a impoverirsi non è il mondo infinito e stupefacente dentro ai cellulari, come è di tutta evidenza.

Vogliamo riappropriarci del cosiddetto reale, la concretezza delle cose, quelle in cui inciampiamo o ci incontriamo corpo a corpo? C’è tanto tanto da fare. Vogliamo rinverdire lo stato delle relazioni umane non sottoposte a commercio e protocolli normativi? C’è tanto tanto da fare. Vogliamo più affettività, più piacere, più condivisione, più solidarietà? Forse non c’è davvero più tempo. O forse no.

E’ per questo che siamo prossimi ad un apocalisse. Ad una rivelazione.

Di una siamo già testimoni: quella che ci mostra la verità nuda e cruda del nostro desiderio, finalmente. Oppure.

Oppure sta a noi immaginarne un’altra, di rivelazione, o di catastrofe.

sabato 17 giugno 2017

Cronache dei nostri giorni: una ragazzina si taglia


Cronache dei nostri giorni: una ragazzina, chiamiamola Luna, posta su Instagram un video dove balla seminuda. Luna ha dodici anni.

I suoi compagni di scuola la vedono e cominciano a lapidarla di insulti tra cui quello di puttana è fra i più gettonati.

Luna si riempie di tagli un braccio e lo posta con il commento: -E’ questo che volevate?-

Cronache dal deserto del reale contemporaneo. Nulla di nuovo si intende. Ci abbiamo fatto l’abitudine. Squadre di psicologi di tutte le razze, dagli psicoanalisti ai mental coach a indicare l’origine del male. Eccesso di aspettative, brusche ritirate affettive genitoriali dopo averli idolatrati in infanzia, vulnerabilità narcisistica, la civiltà della popolarità e della visibilità, la gara per primeggiare nello show totale diffusa da talent e altre fonti imbecilli.

Tutto vero. L’autolesionismo piaga di un’età difficile, che odia tutti e soprattutto la propria limitatezza rispetto a ideali che la dominano e la umiliano. Genitori assenti, padri evaporati, famiglie che non ascoltano. Ecc. ecc.

Ma chi è Luna? A ritrarla forse occorrerebbe la penna di un grande romanziere, qualcuno che sappia entrare nel dolore e in quella sensazione di totale disperazione che prende chi si sente incompreso, abbandonato, umiliato. Forse ci vorrebbe un Foster Wallace per penetrare, anche con il lessico e la sensibilità scorticata di un sofferente, dentro quel corpo scosso, quella mente sconvolta.

Patire il male, infliggersi il male. Prove di suicido. Ammazzare il male con il male. Cura omeopatica.

Gli adolescenti godono di cattiva fama da quando sono stati inventati. Hanno tutte le patologie immaginabili. Stanno lì, nella terra di nessuno, in attesa di portare a termine le tribolazioni di chi è nomade e profugo. Gli adolescenti sono in transito, come una tribù del deserto. Portano sulle spalle le macerie di un’età (idealmente) felice (o felice sicuramente come sostengono certi psicoanalisti che vedono ovunque “famiglie affettive”) e cercano a tastoni i lembi per cucire la veste che li possa proteggere da un’età di rendiconti e di minacciose verifiche che sta arrivando (come in un bel quadro di Dino Valls).

Poveri infelici adolescenti.

Ma è davvero così, o meglio, dovrebbe essere davvero così? O forse c’è un’incredibile falla nel sistema di elaborazione dell’esperienza di questa categoria di esseri umani così sensibile, delicata, acuta, nella vertigine di anni che potrebbero essere smisuratamente intensi e magnifici?

Come potresti essere Luna, misteriosa Luna? Verrebbe da dire leopardianamente.

Chi ha piazzato questi esseri metamorfici, meteorici, mercuriali, aperti a tutti e che tutto sono in grado di gustare, di sperimentare, di godere, nelle celle buie di un percorso ad ostacoli, nel labirinto di un’iniziazione così fitta di prove, di controlli e di sanzioni che neanche per vincere la cintura dei pesi massimi?

Gli adolescenti, Luna, sono come te. Desideranti, belli, freschi, talora ingenui e anche arroganti, la roca arroganza di chi sta mutando pelle e vorrebbe saper subito interpretare il ruolo di protagonista. Ma hanno anche tutte le tue paure, di non essere capita, apprezzata, desiderata, amata. Vedono spesso più i propri difetti che le proprie qualità, sono impauriti da figure adulte che li trattano come mancanti, mutilati, in rodaggio, quando va bene. O semplicemente come reclute da prendere a ceffoni perché così va la vita, nella caserma del mondo.

Ma tu che volevi Luna, inquieta Luna?

Cercavi di essere vista, lodata, abbracciata da una folla di fan. Desiderio normale, innocente, chi non lo vorrebbe? Hai cercato di ottenere quello sguardo con quello che gira, con le droghe che girano, con i veicoli dalle mille trappole che questo mondo ti ha messo a disposizione. E cosa ne hai ritirato? Biasimo, vessazioni, flagellazione. Chi non cadrebbe di fronte a questa mancanza di ospitalità, di comprensione, di delicatezza?

E allora prendiamocela con quegli altri, i compagni, bruti, bulli, debosciati. Come se loro invece vivessero in un mondo capace di accoglierli, di ospitarli, di accudirne le debolezze, le sensibilità estreme, le pelli troppo sottili anche solo per essere avvicinate.

Vittime entrambe della bruttura dei genitori, certo, della loro distrazione, del loro ombelico, dell’attenzione frettolosa e impaziente.

Certo, sono loro i colpevoli, secondo gli psicologi. Gli psicologi vedono solo le relazioni primarie. Non sembrano vedere che tutti quanti vanno in scena in un dramma i cui copioni sono scritti dalle strutture sociali, da quelle del lavoro, da quelle del denaro, da quelle stomachevoli e senza pietà dei profitti di pochi a danno di tutti gli altri.

No, gli psicologi affondano le loro zanne piene di buone intenzioni nei corpi delle vittime per rinviarli a sé stessi, ai loro limiti e alle loro mancanze. Bravi psicologi, sempre alleati con il potere.

Ma questi adolescenti, queste famiglie non sono il prodotto di sé stesse, ma di un sistema di pressioni, un reticolo di vincoli spazio-temporali, di ingiunzioni produttive, di ingabbiamenti fisici, emotivi, cognitivi che viene ben prima che una famiglia si costituisca e si costituisca secondo il regime di produzione che le genera a sua immagine e somiglianza.

Poi certo, qualcuno sbaglia di più. E allora pronti a condannare e crocifiggere la mamma che cede all’impulso primitivo, all’uomo che uccide tutti compreso sé stesso, all’adolescente bambina che si prostituisce o a quello che dorme sul banco o si devasta di droga tra gli specchi di una discoteca. Stuoli di specialisti che si mobilitano. Psicologi, criminologi, giornalisti, antropologi, ognuno secondo la fetta di spazio conoscitivo che il filo spinato delle discipline (esse stesse figlie della forma separatrice e gerarchica di questo potere) gli consente, per giungere a non capire nulla del fenomeno, imprigionati come sono dentro a griglie interpretative tanto specialistiche quanto inutilizzabili.

Guardate Luna, guardate la sua dolcezza stremata, disperata, guardate questi tagli e tacete una buona volta, venditori di gadget buoni per la fiera del paese.

Occorre cogliere il luogo, lo status in cui versano famiglie e bambini e genitori e singoli. Tutti affratellati dall’essere ingranaggi di una stessa macchina che non ha alcun interesse a cogliere la singolarità di ogni vita. A “vedere” ogni vita che viene e diviene, e dovrebbe venire e divenire secondo la sua specifica cifra costitutiva, la sua stortura anche, la sua camminata indolente, la sua pettinatura disordinata.

James Hillman mi ha insegnato che l’adolescente ha bisogno di essere “visto” ma non dallo sguardo classificatorio, diagnostico, prognostico dello psicoterapeuta, ma da quella intelligenza immaginativa che sa cogliere, in virtù di una protratta attenzione, di un’autentica ospitalità, la sua voce, il suo tratto, la sua domanda, il suo desiderio. Solo allora si apre una porta.

Ma il nostro sistema di potere non vuole che ad occuparsi dei ragazzi e dei bambini ci siano persone di anima, di “capacità negativa” (come diceva Keats), di fiducia profonda nelle possibilità di ciascuno, di apertura a quella che Hillman chiama “eachness”, ciascunità, il diritto di ognuno a divenire quello che è.

Noi abbiamo fatto in modo che tutti fossero ingabbiati nelle stesse attese, negli stessi gironi di apprendimento dell’inferno che tutti ci aspetta, non voluto da nessuno eppure accettato da tutti, o quasi.

Di sicuro voluto da chi pensa che gli uomini siano votati al sacrificio, alla disperazione e alla vita da sudditi, in onore di non si sa bene quale funzione superiore, economia, religione, scienza, qualsiasi ridicola bandiera torbidamente umana.

Per questo ti chiedo scusa Luna, per la follia che domina il nostro mondo, le sue strutture coriacee, a partire da quella scuola dove probabilmente nessuno è riuscito a vederti. Né i tuoi compagni, che non potevano, accecati come te da chi non vuole che la tua vita sia degna di essere vissuta, né i tuoi genitori, forse anch’essi troppo deboli e intontiti dal fracasso di questa macchina spietata che è diventato il mondo, né i tuoi insegnanti, troppo spesso solo pronti a galleggiare sopra il male che perpetuano.

Ti chiedo scusa anch’io, per non averti saputa vedere, per tutti quelli che non ti sanno vedere, con quello che credo sia giusto chiamare l’ “occhio del cuore”, in onore non solo a Saint-Exupery ma anche a quello sguardo che sa accogliere il non visto, il non visibile in una forma interna, immaginale, alla fine di quell’attesa che è parte della visione autentica chiamata nella mistica sufi “doccia di stelle” .

La religione del nostro tempo ci ha mutilato di quella vista.

domenica 11 giugno 2017

Cara Ministra, cari genitori. Tema: la bellezza di venire al mondo




Leggo oggi che la ministra Fedeli intende appioppare un altro mese di scuola agli studenti. Nel periodo estivo. Su pressione di molti genitori.

Stop.

Molti genitori decidono di fare figli. Chi per caso chi per scelta, del tipo: voglio avere un figlio.

Stop.

So che ci hanno provato altri colleghi e predecessori della Fedeli a prolungare il periodo di internamento nelle patrie prigioni della Pubblica Istruzione.

Stop.

Ho letto che recentemente hanno deciso la vaccinazione di massa anche per chi non la vuole. E che vogliono esaminare più spesso anche i figli di chi ai propri figli gli esami non li vuole far fare.

Stop.

Per un momento penso, ora vado a letto e dormo per un altro anno. Magari tra un anno quei genitori, la ministra Fedeli e quegli altri dei vaccini e degli esami sono stati sottoposti al lavaggio del cervello.

Stop.

Poi però penso. Non finiranno mai, quelli così, a meno di un miracolo.
Per ora quindi mi accontento di dormire solo un altro paio d’ore, sperando che il mondo dei miei sogni sia più abitabile di quello che trovo quando sono sveglio. Ma in verità nei miei sogni finisco per incontrare di nuovo gli stessi che incontro qui, che non mi danno ascolto. Sono in trappola.

Stop.

Allora mi incazzo.

E chiedo: ma porco di quel (omissis), ma perché mai – parlo ai genitori- avete messo al mondo dei figli? Ma avevate visto cosa c’era in palio per loro? Avevate visto che dopo pochissimo sarebbero stati internati, sottoposti a restrizioni del tempo, dello spazio, della libertà, del diritto di fare qualcosa che avesse un senso per “loro” e non per una società idiota che destina tutti ad una vita senza senso? Vi siete accorti che i vostri figli avrebbero dovuto passare la massima parte del loro tempo agli ordini di adulti che gli avrebbero imposto quotidianamente condizioni che solo una caserma potrebbe giustificare ( e in tempo di guerra), che le loro pulsioni, i loro desideri, e il loro diritto ad essere trattati come esseri umani a pieno titolo (cioè dotati non solo dell’istinto del servo ma anche di quello della fantasia, del piacere, della vitalità, della creatività, dell’immaginazione, dell’arte, della partecipazione, del silenzio e del chiasso, del dire di no e del dire di sì, del gioco, della condivisione, del dono e della restituzione, della bellezza, del riposo, del nutrimento non forzato ecc. ecc.), avrebbero contato come il due di briscola?

E ora, non paghi di averli consegnati alla barbarie quotidiana dei compiti e del disciplinamento forzato -visto che proprio non avete tempo per loro, che vi intralciano a tal punto che non vedete che il momento di sbarazzarvene e rifilarli a qualcuno in cui riporre la massima fiducia che la meraviglia del loro essere in formazione sia custodito e accudito nel migliore e più amorevole dei modi- eccovi di nuovo pronti a scrivere alla ministra per trovare il modo di tenerceli ancora un po’, i vostri figli, nelle sue simpatiche prigioni. Certo, magari non parcheggiati, come di fatto voi li volete (perché che altro fate se non parcheggiarli?) Ma magari sottoposti a nuovi processi di disciplinamento, a nuove sevizie culturali (in virtù delle quali, come è noto, siamo diventati uno dei paesi più colti e amanti la cultura al mondo).

Permettetemi (e perdonate una briciola di livore):

MA PERCHÉ CAZZO LI AVETE MESSI AL MONDO?

Stop!

Certo, avrete tutte le buone ragioni che hanno quelli che ahinoi, prima di fare certi passi non proprio banali, di pensiero non ce ne mettono neanche una briciola, nonostante abbiano fatto tanta scuola e abbiano tanta cultura e sensibilità e comprensione e amore per il prossimo.

Mi limiterò quindi all’applauso sarcastico.

A quegli altri, quelli dei vaccini, quelli che abbiamo eletto per governarci,vorrei chiedere:

Ma che idea avete del vostro popolo, dico quello che, con tutta evidenza, non avete più neppure la vaga giustificazione a governare? Ma perché mai questi soggetti adulti, in gran parte definiti “maturi” da una commissione scolastica, dunque pienamente
capaci di intendere e di volere, perché mai devono essere infantilizzati proprio quando si tratta della salute dei loro figli?

Perché non possono scegliere loro? Almeno questo sarebbe un riconoscimento che non pensate che si sia tutti dei perfetti imbecilli (e ammetto che, dopo aver letto della domanda dei genitori di trattenere a scuola i loro pargoli anche d’estate, qualche dubbio è sorto anche a me ma poi, vedendo che la ministra, come i suoi augusti predecessori, non vedeva l’ora di blindare per un altro po’ le nuove generazioni nell’eden delle loro scuole, ho dovuto ahimé ricredermi: gli (omissis) stanno da entrambe le parti).

(omissis)

(omissis)

Da un lato tuttavia è bello che cadano le maschere, che finalmente si arrivi al sodo. Tutta quella retorica davvero obbrobriosa, fatta di parole ormai inservibili, come libertà, diritti, democrazia, tutela della persona, rispetto per le diversità, ecc. ecc., in fondo abbiamo sempre saputo che erano, da chi detiene il potere (non da chi ha lottato e magari è morto per esse), usate come carta igienica o pillole contro l’alitosi.

E d’altra parte.

Noi, rubricati come adulti, non abbiamo neppure noi il diritto di curarci come vogliamo, di morire come vogliamo, di stare insieme come vogliamo pienamente tutelati nei nostri diritti di soggetti, figuriamoci se i “minori” -i cuccioli che ci ostiniamo a mettere al mondo sperando che godano di una vita migliore della nostra della quale però ci preoccupiamo solo quando qualcuno se ne vuole occupare davvero per il loro bene, non quando sono messi nelle mani di istituzioni totali e dei loro custodi caotici e disorientati-, quei piccolini tanto adorati e posti sopra un piedistallo prima di infilarli nel tunnel senza uscita di una vita espropriata, alienata e infine sfruttata senza alcuna remora, potrebbero forse davvero essere titolari di diritti personali?

Consoliamoci: almeno per sei mesi vengono tenuti in palmo di mano. Dopo, devono evidentemente espiare il peccato originale. Immagino sia per quello che vengono messi così presto in prigione. Qualcuna anche carina, coi giocattoli, i sorrisi e Patch Adams. Ma è per poco. Dopo arriva
LA SQUALA.

Tocca imboccare la via del sacrificio, perché si è peccato, si è molto peccato, figuriamoci, si è avuta l’impudenza di VENIRE AL MONDO!

Stop!


mercoledì 26 aprile 2017

Gramellini, la memoria e i 5 stelle



La schiera dei detrattori del ’68 si allarga sempre di più, forse anche perché aumentano a dismisura quelli che hanno idee molto pallide intorno a cosa si sia trattato.

Pur di far polemica con il Movimento 5 stelle Massimo Gramellini invoca, dalla sua rubrica Il Caffè, in questo caso davvero troppo ristretto e cicoreccio, la triste pedagogia della fatica e del nozionismo, tanto per controbattere alla proposta dei pentastellati di consentire agli studenti, durante la prova di matematica della maturità, di poter consultare il manuale di formule.

Fortunatamente, anche se si tratta ovviamente di un inciso ironico, il nostro moralista di punta afferma egli stesso di essere un “bieco conservatore”, nel perorare la causa, già ministerialmente attestata, che la memorizzazione, anche gratuita, deve sempre avere la meglio. Non contento di portare acqua al mulino delle Mastrocola e del coro di altri “biechi conservatori”, senza arrivare a dileggiare Don Milani, si limita a profetizzare la rivendicazione del “6 politico” ad opera del Movimento 5 stelle, che elegge a prosecutore del 68 (del che dovrebbero considerarsi onorati) un 6 politico usato ovviamente come strumento di dileggio (il “voto di cittadinanza” secondo il brillante retore della Stampa), evocato in modo del tutto decontestualizzato dal periodo di lotte di ben più ampio respiro che negli anni 60 segnò la fine di una istruzione selettiva e classista, per breve tempo ahinoi.

Resta il problema di questa levata di scudi per una restaurazione dei consueti feticci dell’istruzione tradizionale. Occorre ricordare ancora una volta (a tutti questi sedicenti esperti della cultura dell’educazione), che non esiste apprendimento puramente mnemonico, se non è rafforzato dal cemento emotivo della motivazione. Quando si apprende puramente a memoria e solamente per compiacere una richiesta non condivisa (come accade nella maggior parte degli apprendimenti scolastici), l’apprendimento, che si deve allora chiamare, secondo una dicitura coniata da chi di questa cose si intende (si vedano gli studi di Meltzer, Harris, Bion degli anni 70 e 80 ecc.), “per sottomissione ad un persecutore”, si rivela debole, inconsistente e destinato ad un rapido dissolvimento. Certo, ripetute sanzioni possono produrre alla fine una incisione a vivo che contribuirà a consolidare la memorizzazione, non disgiunta però da un odio profondo più o meno consapevole per quello stesso apprendimento o addirittura per l’apprendimento in genere (almeno quello impartito da un’istituzione sanzionatoria e vessatoria come quella scolastica).

Imparare a memoria formule matematiche è certamente un esercizio interessante per un corpo di teste di cuoio della matematica, molto meno per chi deve scoprire e nutrire i propri talenti, che inevitabilmente assecondano le leggi passionali e non quelle dell’inculcamento percussivo.

A Gramellini, che di sicuro avrà avuto modo, prima o dopo il periodo della sua istruzione, di appassionarsi a qualcosa, non potrà sfuggire che l’unico apprendimento che si conserva nel tempo è quello sostenuto dall’interesse attivo, dalla curiosità e dal desiderio, condizioni che lo renderanno oggetto di “studio” in senso latino, e che lo porteranno a essere metabolizzato in senso profondo e originale nella personalità singolare del soggetto implicato nel suo apprendimento.

Memorizzare gratuitamente formule o date può essere un simpatico esercizio ascetico del cervello ma raramente costituisce un pezzo significativo della formazione umana, checché ne abbiano detto Eco o tanti altri. E’ vero il contrario, e cioè che si impara e memorizza veramente, e non per il tempo di una prova, quale che sia, matura o immatura, solo quando qualcosa, nel caso anche una formula o una data, ha suscitato il nostro interesse ed è stata sottoposta ad un ripetuto e appassionato lavoro di appropriazione e comprensione.

Lasciamo poi stare il 68, o, se proprio lo vogliamo giudicare, che lo si faccia con l’attenzione che un periodo complesso e così ricco di innovazioni e di mutamenti anche radicali ha portato con sé, e non con le battute piuttosto ignoranti della nuova falange dei “biechi conservatori”!

giovedì 23 febbraio 2017

BARBARIE DIGITALE E SPOCCHIA INTELLETTUALE




Sempre più spesso mi capita – ma sono diversi anni- di leggere testi, articoli e saggi di illustri ma anche meno illustri intellettuali italiani profondamente scandalizzati da quella che essi definiscono di volta in volta barbarie, degrado, analfabetismo di ritorno, ignoranza abissale, ecc. ecc.. E sempre più con toni apocalittici.

Non cito gli autori, sono tanti e sarebbe ozioso oltre che probabilmente controproducente.
Quello che conta è il cuore delle argomentazioni di tutti questi lai indirizzati al declino di una civiltà evidentemente molto presente ai nostri benemeriti ma che forse resta un pizzico presunta, almeno ai miei occhi.

Va da sé che i bersagli di questa ondata di raccapriccio, che ormai è una sorta di ondata continua che imperversa su giornali, riviste, blog più o meno fighetti, sono in primis i giovani, bersaglio talmente ovvio e usurato da risultare anche un po’ stucchevole ma in generale un po’ tutti, perlomeno tutti quelli che non sono stati approvati dalla congrega dei probi viri in oggetto.

E così ecco il flagello digitale, cui si imputano mutazioni antropologiche spaventose, uno scempio dei costumi e fin delle nozioni stesse di tempo e di luogo, lo scroscio liquido di un tempo la cui liquidità, più che idrica, sembra più assimilabile a quella del liquame di deiezione, il gergo sessualizzato dei giovanissimi e le loro pratiche indecenti e promiscue, lo stato di derelizione e restringimento lessicale cui inclina la lingua madre e anche l’invasione di quelle cugine e concubine, insomma un profluvio di fenomeni terrificanti che solo ad una travolgente apocalisse possono essere imputati.

Ma è davvero così? E soprattutto, prima era meglio? Quale prima poi e quali aggregazioni sociali davano esempi tanto lodevoli da insufflare nelle gote irritate di codesti aristoi il tifone di tanta indignazione?

Temo ahimé che ci troviamo di fronte a un fenomeno tutt’altro che nuovo, ancora una volta. Ma con una peculiarità che forse è davvero contemporanea. Infatti, mai come oggi, tanti, tantissimi, quasi tutti, hanno trovato modo di esprimersi in una civiltà dove il diritto ad esprimersi, in una comunicazione pubblica, è sempre stato ristretto a un numero assai piccolo di approvati talenti.
Cioè, più in soldoni: mai come oggi, l’arena pubblica è occupata, ma i nostri direbbero infestata, da un numero di attori davvero maggioritario, che spazia per età, classe sociale, classe culturale (ahinoi) e, ancor peggio, classe CULTURALE!

Tutti, con quei maledetti e diabolici strumenti digitali, possono dire la loro, con linguaggi ben al di sotto di ogni tollerabilità e con gerghi che corrompono e degradano il volto dell’unica e comprovata dialettica culturale e politica, quella appunto della ristretta élite degli intellettuali.

Piovono pietre, allora, dagli editoriali, dai fondi e anche dalle spalle dei più autorevoli scranni della pubblica opinione, sulle sguaiate uscite di un popolo che, essendo bue, sempre meglio farebbe a tacere e lasciar parlare chi ha strumento e intendimento.
Tempo, spazio, universo, pilastri della saggezza, pilastri della morale, pilastri della lingua materna crollano sotto l’impeto cinghialesco e grufolante di una turba che si fa un baffo di dire la sua a tutti i venti anche con qualche errore di ortografia e qualche volgarità davvero irresponsabile e scandalosa.

Sopracciglia si corrucciano e labbra si storcono di fronte a questo SPETTACOLO immondo e inverecondo.

Per quanto poi, il dilagare del fenomeno digitale, certo diffuso a tutti i livelli sociali, vede soprattutto perpetuamente abbarbicati ai propri telefonini proprio gli intellettuali che tanto strepitano, perennemente in comunicazione con i loro giornali, i loro fan e le liste d’attesa delle loro imperdibili e illuminanti conferenze. Anche se, proprio questi tutori della retta via filologica e civile, non hanno alcun problema a sedersi nei più indecenti talk show a inveire accanto ai peggiori fascisti, ai venditori di ogni ideologia d’impresa purché sia e ai vari bottegai dell’impero del profitto. Lì non hanno schifo, anzi stringono mani, eccome se le stringono! Anche se spesso, nel fragore dei ferri, pure a loro sfuggono periodi maldestri e lacune di congiuntivo tutt’altro che raccomandabili.

Insomma, diciamolo, ancora una volta la spocchia degli intellettuali, atterriti che il volgo metta lingua in un territorio a loro soltanto riservato storicamente, gronda sul mondo.

Per non parlare poi dei poveri giovani, grande e ovviamente irrappresentato mondo, che da sé ben di rado è invitato a esprimersi almeno nei grandi organi di influenzamento, che fungono sempre da stabile capro di espiazione per ogni colpa dei loro genitori.
I quali genitori smanettano a più non posso con cellulari e ipad, salvo poi dire che sono i figli quelli che vi restano aggrappati come al ciuccio salvifico.

A parte il fatto che non vedo come si potrebbe strappare a un ragazzino un giocattolo così affascinante, preparato con cura dall’industria adulta, dal marketing adulto e dalla frequentissima elargizione sotto forma di dono da parte degli stessi adulti. Si dirà, e come impedirlo? Appunto come, e poi anche e perché?

Vogliamo forse negare che si tratta di strumenti incredibilmente appaganti e potenti? Di giocattoli, mi si perdoni il termine, meravigliosi, in virtù dei quali siamo certo controllati e marcati a vista, ma possiamo anche fare, senza muovere il nostro deretano inabituato al moto, sia intervallato che perpetuo, di tutto e di più?

Un’invenzione senza uguali in virtù della quale, per i canali cui siamo addestrati da sempre, quello uditivo e quello visivo, con intermissione di abilità tattili piuttosto basiche, possiamo accedere praticamente alla rappresentazione di tutto ciò che esiste e non esiste ancora o non esiste più attorno a noi? Possiamo accedere a libri, a cineteche, a gallerie, a musei e certo anche a inesauribili ludoteche, pornoteche, e altre teche di ogni genere e grado? Strumenti con cui possiamo manifestare il nostro pur risibile punto di vista su tutto con platee spesso a noi congeniali e affini? Ma non voglio dilungarmi sui meriti di un dispositivo tanto piccolo quanto versatile, non sono un promoter dell’impresa che li fabbrica (il nostro capitalismo avanzato e democratico, si fa per dire).

Voglio solo dire ai miei colleghi, -e anche a me stesso, giacché anche a me è capitato talvolta di predicare sugli sguardi tolti alla contemplazione della nostra incomparabile civiltà per volgersi su una mise en abyme e una versione truccata e manipolabile di una realtà che francamente diventa, e non certo a causa dei telefonini, sempre più invivibile- perché non proviamo a spostare la nostra attenzione su meccanismi ben più violenti, pericolosi e quelli sì degradanti che riguardano la nostra marcia società? E per cui talvolta scorrere una chat tra giovani può essere ben più interessante e proficuo che leggere il blog più raffinato e quotato?
Vogliamo parlare della guerra delle eccellenze, dello sfruttamento dell’intelligenza e creatività giovanile da parte di un mercato che di tutto si interessa tranne che dalla vita di quegli stessi giovano cui indirizza continuamente i suoi strali? Che se dobbiamo processare una cultura è la cultura dell’aristocraticismo, della selezione, della punizione, che esercita alla passività, all’ignavia e all’omertà?

Che occorre imparare a distinguere, a leggere con più attenzione un mondo plurivertice e anche plurilinguistico e multietnico, ben diverso da ogni universo umanistico monopsicoide tanto celebrato quanto finalmente defunto con buona pace di tutti quelli (e sono stati e sono ancora milioni e milioni) che ha trucidato e estinto per far trionfare la sua tronfia e eurocentrica visione?

Che intorno a noi, come è probabilmente sempre stato, non c’è una gerarchia di strati della popolazione con diritti e doveri pensati e calibrati dai sistemi di potere sulla loro posizione culturale, economica e sociale, ma un “rizoma” con molte teste, un’idra, se volete, o un proteo ben difficile da domare ma che forse occorrerebbe cominciare ad ascoltare, per tributare finalmente un qualche valore a un termine tra i più violentati della storia, quello di democrazia? Magari articolando un po’ di più e un po’ meglio le forme linguistiche dell’ascolto, accogliendo meglio il visivo, il tattile e l’immaginativo?

E infine, per ora, e nella sintesi di un pezzo come questo, che i giovani, se davvero sono così sbagliati ma io non lo credo affatto, ma supponiamo che lo siano, lo debbono soltanto alla macchina infernale in cui li abbiamo infilati loro malgrado?